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365 racconti per 365 giorni

Una sfida con me stessa, un racconto da scrivere ogni giorno per divertire e divertirmi.

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365 Stories from my Head

La regina a vapore

venerdì 14 settembre 2012

Buonsalve amici!!!
Ieri qualche individuo (che passerà il resto della sua esistenza sul sommo Water) ha segnalato questo blog come spam e oggi ho corso il serio rischio di non poter scrivere la mia storia. Nonostante il piccolo ostacolo e la conseguente incazzatura però eccomi di nuovo qui con un racconto, questa volta ispirato a una coppia di miei amici davvero particolare: la mitica Queenseptienna e il grande Hush. ^,.,^ 


La regina a vapore
(racconto n.14)

Tempo fa, in un regno ormai dimenticato, viveva una bellissima regina amata e rispettata da tutto il suo popolo. Il suo corpo era di ottone e ingranaggi e i suoi capelli di fuoco emanavano un leggero vapore che l’avvolgeva costantemente come un manto.  Molte persone andavano a rendere omaggio alla regina e ogni volta portavano via una piccola parte di lei. Viti, molle, piccoli ingranaggi, elementi che lei poteva facilmente sostituire e che non avrebbero cambiato niente della sua essenza.
Un giorno però qualcuno, avido e bramoso di avere la regina per sé, le rubò il suo componente più importante.  Da allora ella si isolò, rinchiudendosi nel suo castello, immobile come una bambola la cui mente vagava nei ricordi del passato.
Per non perdere ancora qualcosa di importante, la regina alzò potenti difese attorno a sé, impedendo a chiunque di avvicinarsi.
Anni dopo, un cavaliere di rame si avvicinò al castello. Il suo desiderio era quello di vedere la bella regina di cui tutti parlavano, ma che nessuno aveva più visto.
Nessuna delle difese del palazzo riuscì a ostacolarlo. Non gli insetti meccanici o le numerose trappole né tantomeno le piante modificate o le armature meccaniche.
Il cavaliere si fece strada con tutta la determinazione di cui era capace. Non c’era niente che desiderasse di più del vedere la regina.
Alla fine, quando stremato e ferito si ritrovò davanti a lei, capì che non avrebbe potuto fare scelta più giusta. La regina, avvolta dal suo manto di vapore, se ne stava adagiata su un letto con la schiena leggermente sollevata da morbidi cuscino.
Lo guardava senza battere ciglio.
- Sei venuto a rubarmi un’altra parte importante di me? – chiese la sovrana, impassibile. – Sappi che non c’è più niente di valore che tu possa prendere.
Il cavaliere si chinò su di lei e le accarezzò i capelli di fiamma. – Non sono qui per prendere, ma per donare.
Fu così che il cavaliere aprì un piccolo sportello al centro del suo petto. La regina continuò a fissarlo mentre si estraeva il cuore di ingranaggi.
- Sono qui per renderti ciò che ti è stato rubato. – continuò il cavaliere separando il cuore in due metà identiche. Una la rimise dentro di sé, l’altra la porse alla regina. – Il mio cuore adesso è tuo così come le tue gioie e le tue sofferenze. Saremo uniti per sempre in un meccanismo perfetto.
Quando la metà del cuore del cavaliere trovò il suo posto nel petto della sovrana, ella si sciolse in un pianto di gioia. Assieme al cuore le erano state rubate tutte le emozioni assieme alla speranza di poterne provare ancora. Per lungo tempo aveva vissuto come una bambola, ma adesso, assieme al cavaliere, la felicità era tornata ad avvolgerla in un manto di vapore.
  




Pubblicato da Unknown alle 12:14 2 commenti  

Nina e il lupo

giovedì 13 settembre 2012


Buooooooooooooooon salve!
Oggi ho scritto una favola ispirata alla mia amica Daze.
Nata ieri sera in treno, dopo l'inizio di una nuova avventura con il Lupo Rosso (di cui al momento non vi svelo nulla ;P ) mi è rimasta in testa praticamente tutta la notte (e ho un paio di occhiaie a testimoniarlo), cosa che mi ha fatto capire che valeva davvero la pena scriverla. Spero vi piaccia. ^,.,^
A proposito, qual è la vostra favola preferita? 

Nina e il lupo 
(racconto n.13)

C’era una volta una fanciulla di nome Nina che abitava con i genitori in una casetta nei pressi di un grande bosco. Nina aveva da sempre una grande paura della foresta. Non vi si inoltrava mai, salvo in casi di estrema necessità. Lo trovava un posto pericoloso, oscuro e spaventoso, nel quale era meglio non avventurarsi. Infondo perché lasciare la sicurezza della propria casa? Perché andare in un luogo sconosciuto con il rischio di perdersi o di fare spiacevoli incontri?
Un giorno un piccolo lupo dal pelo fulvo si avvicinò alla sua casetta. Era stanco, malnutrito e zoppicava visibilmente.
All’inizio Nina rimase a fissarlo intimorita dalla finestra della sua stanza. Trovò il coraggio di uscire solo quando capì che era ferito e indifeso. All’inizio l’animale la guardò diffidente poi però si lasciò accarezzare.
La fanciulla, rassicurata dalla sua docilità, decise di prendersi cura di lui.
Iniziò ad accudirlo e a nutrirlo con affetto, medicandogli la zampa ferita e spazzolandogli spesso il pelo. Dopo pochi mesi il lupo si riprese. Il suo pelo era diventato morbido e folto, la sua muscolatura più tonica. Finalmente poté tornare a camminare fiero e orgoglioso.
Quando arrivò il momento di tornare nel bosco, il lupo fece cenno con il muso alla giovane Nina di seguirlo. Ormai l’aveva adottata come sua amica e non l’avrebbe certo lasciata indietro.
La ragazza però non volle seguirlo. Aveva troppa paura.
Lui insistette, scoprendo le zanne e la ragazza non ebbe alternativa che farsi coraggio.  Entrò nella foresta con le gambe che le tremavano e il cuore che batteva a mille.
Più si addentrava tra la vegetazione però, più la sua paura svaniva. Il bosco non era quel luogo cupo e terribile che immaginava, ma un posto meraviglioso fatto di luce e suoni.
C’era vita sotto la volta degli alberi, creature incredibili che sembravano uscite dai suoi sogni più belli.
Il lupo la portò fino alla sua tana. Era una caverna accogliente dove Nina si sentì subito a casa.
I due vissero grandi emozioni insieme.
Incontrarono amici e rivali, scoprirono luoghi nuovi e provarono la gioia del ritorno a casa dopo lunghi e meravigliosi viaggi.
Nina imparò che non bisognava aver paura di gettarsi in nuove avventure, che ogni cambiamento poteva sempre lasciarti dentro qualcosa di buono.  Comunque  fosse andata la sua amicizia con il lupo, se fosse finita o durata per sempre, la ragazza non avrebbe avuto rimpianti.
Perché ogni momento di quella straordinaria avventura, era un momento che valeva la pena di essere vissuto.




Pubblicato da Unknown alle 12:27 0 commenti  

Personal shopper per zombie

mercoledì 12 settembre 2012

Buonsalve amici!
Eccovi un altro racconto sugli zombie. Ho scoperto che queste creature possono essere davvero divertenti  e offrire degli spunti interessanti per molti racconti.
L'idea di questa storia in particolare mi è venuta in metro, grazie alla mitica Daze. Stavamo parlando di una lista di cose da fare per il Lupo Rosso quando ho pensato: ma se uno zombie dovesse fare una lista della spesa di cosa avrebbe bisogno?
Ecco il risultato delle mie riflessioni:

Personal shopper per zombie.
(racconto n.12)

Salve a tutti, mi chiamo Lilian e di mestiere faccio la personal shopper per zombie.  Quando ero in vita mi occupavo degli acquisti di modelle e attrici famose, ma una volta morta ho avuto qualche difficoltà a coltivare il mio innato talento per lo shopping. Poi ho pensato: ehi, ma chi lo ha detto che noi poveri zombie non possiamo avere diritto ai nostri acquisti o a fare qualche regalo ai nostri vicini di tomba?
Così ho deciso di riadattare il mio lavoro alla mia esistenza di non-morta.
Voi di certo vi starete chiedendo: ma cosa potrebbe mai aver bisogno di comprare uno zombie?
Oh, ce ne sarebbero di cose. Il problema è che appena rianimato uno spesso si ritrova talmente stordito da non pensarci.
Per questo ho deciso di scrivervi qualche piccolo appunto da tenervi in tasca in caso di morte prematura.
Allora la prima cosa di cui uno zombie ha bisogno è sicuramente un buon antiparassitario.
Insomma avete idea di quanti insetti infestano i resti i cadaveri?
Già solo i vermi possono essere una vera scocciatura, soprattutto quando si cerca di ricrearsi un minimo di non-vita sociale. Ovviamente a un buon antiparassitario va accompagnato anche un ottimo deodorante perché ricordate: il fatto di non avere insetti addosso non vuol dire che il vostro corpo non stia marcendo e non stia quindi emettendo un leggero fetore che potrebbe dar fastidio a chiunque vi si avvicini.
Evitate però di regalare profumi ai vostri vicini o alle vostre zombie preferite. Sarebbe come se andaste da loro gridando: “ Mamma mia come ti sei decomposto male. Eccoti un rimedio per questo tanfo di fogna che emani.”
 Se volete fare un regalo vi consiglio invece dei fiori (freschi mi raccomando) o accessori per abbellire le tombe.  I regali per la casa fan sempre piacere e non vanno a toccare la suscettibilità degli zombie troppo mal ridotti.
Un’altra cosa sicuramente da tenere in considerazione è il vestiario. Insomma non vorrete andare in giro per sempre  con i vestiti che i vostri parenti vi hanno scelto per il funerale, spero. Per quanto possano avere buoni gusti, fidatevi se vi dico (e spero) che saranno troppo sconvolti dalla vostra morte per scegliere qualcosa di diverso da noiosi completi neri così stretti da togliervi il respiro.
Ricordatevi però di considerare i chili che perderete col tempo nel decidere la taglia degli abiti. Non c’è niente di meglio della morte per perdere il grasso in eccesso.
Queste sono solo alcune accortezze che potrebbero rendere la vostra esistenza di non-morti  più piacevole.  Altre potrebbero essere il cerone, per nascondere la pelle violacea e sanguinolenta, delle mentine per l’alito pestilenziale o una parrucca, per sostituire i capelli che purtroppo finirete col perdere (la calvizie non risparmia nessuno post morte.)
In ogni caso, qualunque sia la piega che vorrete dare alla vostra vita da zombie, ricordate una cosa: per qualsiasi giornata di shopping, ci vuole sempre cervello.
  



Pubblicato da Unknown alle 12:52 2 commenti  

Rivale allo specchio

martedì 11 settembre 2012

Buonsalve amici!
Finalmente al Lupo si sta tornando alla normalità e ho anche un po' più di calma per scrivere. 
 Questo racconto è nato dall'ispirazione di un momento. Ieri sera mi è venuta in mente la prima frase e da lì ho costruito tutta la storia di Jenna e Nicole.
Spero vi piaccia ^,.,^


Rivale allo specchio
(racconto n.11)

A volte la vita è ingiusta, Jenna questo lo sapeva bene, ma non riusciva a credere che lo fosse a tal punto.  Lei aveva sempre cercato di comportarsi correttamente, di andar bene tanto nella scuola quanto nello sport e di non creare problemi eppure sua sorella non faceva che perseguitarla, facendola sentire inadeguata anche solo con uno sguardo.
Sebbene fossero gemelle, Nicole era quella perfetta, quella che non aveva bisogno di impegnarsi per riuscire cosa che la faceva sentire in diritto di criticare Jenna in tutto.
Anche adesso che si stava spazzolando i capelli rossi, Nicky la guardava con biasimo.
- Smettila di fissarmi. – si lamentò Jenna. – Mi dai fastidio.
Lei però continuò a guardarla con quel suo sorrisetto irritante che sembrava dirle: “Ma guarda quanto sei patetica. Avremo anche lo stesso viso, ma non  sarai mai alla mia altezza.
- Ti ho detto di smetterla! – urlò la ragazza lanciando la spazzola contro lo specchio che andò in frantumi.
- Non dovresti fare così. – disse una donna dai lunghi capelli scuri avvicinandosi.
- Mia sorella non vuole lasciarmi in pace! – frignò Jenna. – Mi guarda e mi critica sempre! Dille di smetterla, ti prego!
La donna sospirò. – Lo sai che non è vero.
- Si invece! – insistette la ragazza iniziando a tremare. –Lei mi giudica. Sempre e comunque.  Mi prende in giro dicendomi che non sarò mai brava quanto lei.
- Sta tranquilla. – la rassicurò la donna, accarezzandole i capelli e porgendole un bicchierino bianco. – Nessuno ti giudica, te lo assicuro.
Jenna svuotò il bicchierino in un attimo. – Allora puoi dire a Nicole di smetterla di guardarmi? – supplicò mentre uno strano torpore s’impadroniva di lei.
- Tu sei Nicole non Jenna. – disse la donna, paziente.
La ragazza corrugò la fronte. Per un attimo rivide il corpo di sua sorella riverso nella vasca piena di sangue, i polsi tagliati in profondità da un rasoio. – Oh… è vero. Ma se io sono Nicole allora devo essere morta.
L’infermiera la guardò sempre più sconsolata. – Tesoro, è Jenna ad essere morta. Si è uccisa, ricordi?
Ormai però, Nicole non la sentiva più.
In preda a uno dei suoi soliti attacchi, si era messa a fissare il vuoto con un largo sorriso. – Sono morta. Sono morta. Sono morta. Sono…
- Vieni ti riporto nella tua stanza. – si rassegnò la donna.
E mentre l’infermiera la riaccompagnava nella sua camere, la mente di Nicole continuava a perdersi sempre più  nei ricordi del ritrovamento di Jenna, felice nella sua consapevolezza di essere morta.





Pubblicato da Unknown alle 12:40 0 commenti  

Le fantasie di una macchina da scrivere

lunedì 10 settembre 2012

Buonsalve amici!
Anche la storia di oggi è nata questo sabato, al pub dove abbiamo festeggiato il compleanno del mio amico Fabio. In effetti si può dire che si tratta di una storia vera. C'era sul serio una macchina da scrivere esposta nel pub e io e le mie amiche ci siamo messe veramente a parlare di scrittura mentre i ragazzi spettegolavano tra loro. Insomma una sorta di racconto della serata narrata dal punto di vista della macchina da scrivere. ^,.,^

Le fantasie di una macchina da scrivere
(racconto n.10) 

Tempo fa una vecchia macchina da scrivere venne acquistata dal proprietario di un pub per decorare il suo locale. Venne riposta all'interno di una nicchia, in una saletta con un biliardo e un paio di tavoli dove ragazzi di ogni età si sedevano a bere e chiacchierare.
La macchina li osservava in silenzio, chiedendosi come mai fosse stata messa lì a prender polvere invece di adempiere a quello che era sempre stato il suo ruolo fin dalla nascita: dare forma alle parole.
A volte, il ricordo dei tempi in cui aveva aiutato i suoi precedenti proprietari a creare nuovi racconti era così straziante che la povera macchina si metteva a fantasticare sui clienti del pub. Immaginava di uomini che nascondevano dietro un’aria scanzonata una vita fatta di viaggi e avventure in terre esotiche, di vampire sensuali che si fingevano ragazze innocenti per attirare una preda o ragazzi dai vestiti stravaganti destinati a diventare grandi stelle del rock.
Un giorno un gruppo di amici si mise a sedere sui due tavoli davanti alla macchina da scrivere.
Dopo un paio di partite a biliardo, si divise in due: da una parte c’erano i ragazzi che discutevano di abitudini sessuali, macchine e stravaganze varie; dall’altra c’erano le ragazze che, dopo un tentativo non molto ben riuscito di chiacchierare di trucchi, avevano iniziato a parlare di scrittura e della realtà editoriale in cui si muovevano.
La macchina rimase affascinata da quella conversazione e dal modo in cui le ragazze parlavano del loro lavoro. Sebbene la realtà che descrivevano fosse dura, le trasmettevano una passione davvero straordinaria.
All’improvviso una di loro attirò la sua attenzione. Era una ragazza dai lunghi capelli neri che si era messa a osservarla con aria trasognata. Quando la giovane tornò a parlare alle sue amiche, la macchina  provò a immaginare cosa sarebbe successo più tardi.
Quell’autrice alle prime armi sarebbe andata a casa e  avrebbe creato una storia.
Avrebbe raccontato di una vecchia macchina da scrivere che si divertiva a immaginare le vite dei clienti del pub in cui era esposta.
La macchina provò una gioia immensa a quel pensiero.
Anche se in modo diverso dal solito, sarebbe tornata a far parte di una nuova storia.




Una foto della macchina da scrivere del pub

Pubblicato da Unknown alle 17:31 2 commenti  

La rivincita della zombie sfigata

domenica 9 settembre 2012

Buona domenica a tutti!
Ieri, dirante una serata al pub per festeggiare il compleanno del mio amico Fabio, ho avuto degli spunti interessanti per nuovi racconti. Il merito per queste idee va anche alle mie amiche Daze, Daniela e Luna. Ci siamo fatte una divertente chiacchierata che a quanto pare ha dato i suoi frutti. ^,.,^

La rivincita della zombie sfigata
(racconto n.9)

Noemi non era mai stata una ragazza molto popolare da viva.  Era piuttosto anonima e impacciata cosa che la rendeva la vittima ideale per le ragazze più belle e famose della scuola. Quando era morta aveva sperato che le cose sarebbero cambiate, ma ovviamente non era così fortunata.
Quando era uscita dalla sua tomba, infatti, aveva trovato ad attenderla un gruppo di Barbie non-morte che battevano in arroganza tutte le sue vecchie compagne di scuola.
Il fatto che fossero le meno decomposte e quelle seppellite con gli abiti migliori, dava loro l'assoluta certezza di poter fare ciò che volevano.
Vivevano in una cripta spaziosa, anziché nelle fogne come facevano molti e credevano di avere il diritto di poter molestare tutti nuovi non-morti del cimitero.
Appena se le ritrovò davanti, le Barbie Zombie le si strinsero attorno, esaminandola come un animale spiaccicato sull'asfalto.
Quella che doveva essere il capo del gruppo, un cadavere pelle ossa con ancora qualche ciocca bionda sulla testa, incrociò le braccia al petto con un sorrisetto. - Che ne diresti di unirti a noi? - disse spiazzandola completamente.
- Mi... Mi piacerebbe molto. - disse Noemi timidamente.
Il sorriso della zombie si fece più largo. - Perfetto! Però dovrai fare qualcosa per noi prima.
Fu così che iniziò una nottata da incubo per Noemi.
Le Barbie prima le chiesero di togliere loro i vermi di dosso poi la costrinsero a rubare i fiori dalle tombe degli zombie più antichi che le corsero dietro brandendo ossa spolpate. Quando, dopo una fuga estenuante, portò loro i fiori, queste li gettarono a terra e li calpestarono lamentandosi che non erano
abbastanza freschi.
Le chiesero allora di scendere nelle fogne e di andare a ritirare da uno zombie spacciatore alcuni oli profumati per togliere loro la puzza della decomposizione di dosso.
Mentre stava andando, incrociò per caso un'altra zombie. Se ne stava rannicchiata in un angolo, avvolta in un mucchio di stracci che la facevano sembrare un sacco di spazzatura.
- Tu sei nuova vero? - disse la zombie.
- Mi chiamo Noemi. - rispose lei non sapendo bene come comportarsi.
- Fai bene a obbedire loro. - mugugnò la ragazza. - Io ho deluso le loro aspettative e ho finito col ridurmi in questo stato.
Noemi rimase a guardarla in silenzio. Le Barbie Zombie non l'avrebbero mai presa con loro. Non sarebbe mai riuscita a farsi accettare.
Si allontanò, lasciandosi la ragazza alle spalle.
Tornò poco dopo dalle Barbie che stavano ridendo sguaiatamente tra loro come tante, stupide oche.
- Sei tornata presto. Forza dacci il profumo. - sghignazzò il capo Barbie per poi guardarla perplessa. - E quella cos'é?
Noemi le sorrise di rimando. Loro non l'avrebbero mai accettata. Non avrebbero mai smesso di tormentarla.
Si fece avanti con decisione, stringendo con forza una pala trovata ai margini del cimitero. Colpì il capo delle Barbie con tutte la rabbia che aveva in corpo. Il cranio si spappolò sotto i suoi colpi come un frutto maturo.
Le altre ebbero appena il tempo di urlare.
Noemi spaccò le loro teste con soddisfazione, ripensando a tutte le angherie subite quando era in vita mentre le loro cervella si riversavano sul terreno. Da viva non poteva reagire per non passare dei guai. Da morta invece le regole erano diverse. Sorrise, pienamente soddisfatta del suo operato. Da 
quel momento in poi non avrebbe più subito le angherie di nessuno.


  

Pubblicato da Unknown alle 15:17 0 commenti  

Lo spirito dell'albero

sabato 8 settembre 2012

Buonsalve amici,
scusate il ritardo, ma oggi il lavoro al Lupo Rosso è stato tanto e ho finito il racconto più tardi del solito. ^///^
Questa storia è nata osservando gli alberi lungo Corso Tassoni, strada di Torino che faccio sempre per tornare a casa dalla libreria.
Un esempio di come l'osservazione possa aiutare a far nascere nuove idee.

Lo spirito dell'albero
(racconto n.8)

Nadine aveva sempre amato la grande quercia che svettava sulla collina dietro casa. Passava le giornate ai suoi piedi, leggendo un libro o godendosi le belle giornate alla sua ombra.  Purtroppo però l’albero stava per essere abbattuto.
Le grosse radici impedivano la costruzione di nuove abitazioni per la popolazione in crescita. Questa era la scusa di merda usata per giustificare l’abbattimento di un albero secolare così bello.
Il giorno prima dell’abbattimento, Nadine decise di andare sulla collina per l’ultima volta. Quando vi arrivò, vide un ragazzo che osservava l’albero con occhi tristi e malinconici.
Non sapeva spiegare perché, ma aveva un’aria molto familiare.
- Anche tu qui per la grande quercia? – chiese avvicinandosi.
Il ragazzo la guardò sorpreso. Gli ci volle un po’ per togliersi l’espressione sbalordita dal viso. – Più o meno.
Nadine rimase a sua volta sorpresa dall’intensità degli occhi verdi del ragazzo. Non sembravano quelli di un giovane che a malapena doveva aver superato i vent’anni. – Non ti ho mai visto qui in giro. Di dove sei?
 - Ho sempre vissuto qui, – disse sedendosi ai piedi dell’albero. –  ma non sono uno che va molto in giro.
Con un sorriso, lei gli si sedette accanto. - Quest’albero mi mancherà molto. Era diventato un caro amico ormai.
Il ragazzo le sorrise con un’espressione indecifrabile. Senza quasi rendersene conto,  Nadine iniziò a parlargli dei suoi ricordi più belli legati a quel posto, confidandosi con lui come non aveva mai fatto con nessuno.
Lui l’ascoltò con attenzione,  consolandola quando i ricordi si facevano dolorosi e ridendo con lei di quei bei momenti.  La giovane tornò a rendersi conto dello scorrere del tempo solo quando il sole stava ormai  tramontando. – Ora devo andare. – disse. Si tolse un piccolo bracciale di juta nero  con un al centro  un ciondolo a forma di albero e glielo porse con gentilezza. – Per ringraziarti della chiacchierata e con la speranza magari di farcene presto un’altra.
Il ragazzo accettò il dono con gratitudine. – Ti ringrazio di cuore, ma non credo sarà possibile. Sto per andarmene da qui.
- Capisco. – disse le in imbarazzo per essere stata tanto sfacciata. – Comunque grazie a te per avermi ascoltata.
 Fece per allontanarsi, ma all’improvviso si ricordò di una cosa. – Mi sono dimenticata di chiederti come ti chia… - Si bloccò guardando perplessa la quercia. Del ragazzo non c’era più alcuna traccia.

Nadine trovò il coraggio di tornare sulla collina solo due settimane dopo l’abbattimento dell’albero. Quando vi arrivò e vide i segni lasciati dalle radici sradicate quasi scoppiò a piangere.
All’improvviso però l’occhio le cadde su un piccolo germoglio  spuntato tra la terra smossa.
- Anche tu qui per la grande quercia?
La ragazza si voltò di scatto, sorpresa. Si ritrovò davanti un bambino di circa quattro anni, con intensi occhi verdi che le sembravano stranamente familiari.
- Volevo ringraziarti per essere stata con me tutto questo tempo – disse il bambino. – e per avermi dato la forza di restare.
Il piccolo si chinò sul germoglio e lo colse assieme a una manciata di terra, stando ben attento a non strappare le radici. – Ora, io mi affido a te.
Nadine mise le mani a coppa e accetto perplessa il dono del bambino. Solo quando lui glielo porse notò il braccialetto che portava al polso.
Un bracciale di juta, con un piccolo ciondolo a forma di albero. Sbalordita, fissò per un attimo il germoglio. Quando rialzò lo sguardo il bambino era svanito. Di lui non c’era più alcuna traccia.






Pubblicato da Unknown alle 17:56 0 commenti  

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