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365 racconti per 365 giorni

Una sfida con me stessa, un racconto da scrivere ogni giorno per divertire e divertirmi.

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365 Stories from my Head

Una partita da incubo

domenica 7 luglio 2013

Buonsalve! Scusate il ritardo, ma oggi é stata una giornata davvero caotica XD il racconto di oggi é ispirato a una storia vera, un fatto avvenuto in Brasile nel quale un arbitro, durante una partita di calcio, ha accoltellato un giocatore ed é stato poi sventrato e decapitato dai tifosi. Buona lettura!

Una partita da incubo
(racconto n.310)


Paolo adorava il calcio. Per lui era lo sport più bello e importante del mondo. Ogni volta che andava a
una partita sentiva il suo cuore battere a mille e tutto il suo essere diventare un tutt'uno con chi gli stava attorno. In quei novanta minuti lui e gli altri tifosi diventavano una cosa sola nel sostegno dei loro campioni. Ma fu proprio quell'unione a portarlo oltre il baratro il giorno in cui accadde l'impensabile.
Sembrava una partita come tante, ma all'improvviso si trasformò in un vero inferno. Paolo ricordava davvero molto poco di ciò che accadde. Prima il fischio di un fallo inesistente poi le violente lamentele del loro capitano che iniziò a spintonare e dare calci all'arbitro. Senza alcun preavviso, il giudice di gara estrasse da dietro la schiena un coltello. Nessuno poté fare niente, a stento qualcuno riuscì a realizzare l'orrore di ciò che stava accadendo.
Quando il giovane capitano cadde a terra, nello stadio scoppiò il caos.
Paolo si sentì pervadere da una furia mai provata, contagiato anche dai tifosi che lo circondavano e che reclamavano la testa dell'arbitro.
Poi le barriere di sicurezza cedettero e la folla invase il campo. Paolo si trovò tra i primi a raggiungere l'arbitro, la mente preda di quell'unica entità che era la tifoseria della sua squadra. In un attimo, assieme ad altri due uomini atterrò l'arbitro che, terrorizzato e incredulo, a malapena riusciva a urlare. Paolo però non si fece impietosire. Mentre gli altri lanciavano sassi addosso all'uomo, lui afferrò il coltello della sua vittima. Iniziò a tagliare e a segare incurante del sangue e delle grida. Quell'uomo non aveva solo ammazzato quello che per lui era un vero eroe, ma aveva anche distrutto la sua passione e tutto ciò che rappresentava. Un ultimo sprizzo di sangue gli inondò il viso poi dopo un solo, impercettibile momento di incertezza, Paolo si alzò in piedi. Con un grido di rabbia sollevò la testa dell'arbitro e avanzò verso la porta avversaria. I tifosi attorno a lui lo inneggiarono e lo sollevarono per permettergli di infilzare la testa in uno dei due pali. Solo in quel momento, quando lo rimisero a terra, Paolo si rese conto dell'atrocità commessa, dell'orrore di cui era stato artefice. Non ci fu fuga per lui né speranza. Venne arrestato poco dopo dalla polizia mentre dentro di lui cresceva un odio profondo nei confronti di se stesso e della violenza che aveva distrutto non solo la sua grande passione, ma anche tutta la sua vita.

Pubblicato da Unknown alle 23:47 1 commenti  

Sorelle

sabato 6 luglio 2013

Buonsalve! Un racconto sul legame tra sorelle e su come spesso è nel momento del bisogno che la forza di alcuni legami emerge davvero.

Sorelle
(racconto n.309)

Prima che tutto cambiasse io detestavo mia sorella Marissa. La consideravo solo un’egoista che non faceva altro che pensare ai vestiti e al proprio tornaconto. Pur essendo la più grande trovava sempre il modo di farsi coccolare e viziare dai loro genitori.
Ai loro occhi ei era quella perfetta, quella bella e intelligente che sapeva farsi valere sia nello studio che negli sport e per questo le permettevano di fare tutto ciò che voleva.
Peccato però che non sapessero che si facesse fare i compiti dai ragazzi a cui concedeva “ attenzioni particolari” né che fosse solita maltrattare  tutte le studentesse che per lei potevano rappresentare una minaccia. Poi però ci fu il solito, noioso annuale viaggio in famiglia e la mia visione di lei cambiò completamente. All’inizio fu tutto come gli altri anni, con lei che si atteggiava a diva e io che me ne restavo nel mio angolo a leggere. Poi arrivò l’acqua, violenta e improvvisa. In un attimo la vidi spazzare via tutto, trascinando con sé case e vite.
Poco prima che si abbattesse su di me, sentii una mano stringere la mia. Vidi il volto disperato di mia sorella che mi abbracciò, stringendomi forte a sé. Un attimo dopo l’acqua ci travolse, trascinandoci e sballottandoci come bambole di pezza. Sferzate di dolore mi attraversavano il corpo mentre il mondo si capovolgeva e la paura diventava più forte perfino del mio bisogno d’aria.
Non so cosa accadde dopo. Ciò che ricordo è che quando ripresi consapevolezza di ciò che mi circondava, Marissa era accanto a me,  il volto e il corpo ricoperti di sangue.
Nel momento in cui rinvenni, lei disse solo. -  Stai bene…
Crollò un attimo dopo per il dolore e le ferite. Non si svegliò più.

Prima che tutto cambiasse avevo sempre detestato mia sorella. Poi lei mi salvò la vita, proteggendomi fino allo stremo e allora capii che le persone mostrano il vero lato di sé solo nel momento del vero bisogno e che in lei c’era molto più della ragazza svampita che credevo. Mi resi conto che in fondo, nonostante tutto, lei era mia sorella e che come tale mi aveva sempre voluto bene.




Pubblicato da Unknown alle 19:14 1 commenti  

Un gesto di amicizia

venerdì 5 luglio 2013

Buonsalve! Un racconto scritto in piena notte, distrutta dal sonno. Non so da dove mi sia venuta l’idea, ma… beh diciamo che il finale ha sorpreso anche me.

Un gesto di amicizia
(racconto n.308)

- Dovresti averlo capito ormai: tu non piaci a nessuno. Le persone che dicono di amarti in realtà provano solo una profonda pena per te. Ti trovano patetica e inutile, un essere che può solo essere compatito.
Marla ascoltava le parole della sua più cara amica con sguardo impassibile. Nella sua mente continuava a ripetersi che non era giusto che lei la trattasse in quel modo eppure qualcosa nel suo animo non faceva che darle ragione. Marla sapeva di essere patetica, che se non fosse stato per Valery sarebbe sempre rimasta imprigionata nel suo misero anonimato. Quasi non riusciva a credere che una ragazza come Val si fosse interessata a lei, avvicinandola durante una pausa pranzo a scuola e stringendo con lei un sincero rapporto di amicizia.
Adesso però quelle sue parole la ferivano profondamente tanto che quasi stentava a credere che l'amica le avesse pronunciate davvero.
La mano di Val si posò sulla sua guancia. - Tu sai che io sono l'unica di cui puoi davvero fidarti. Sai che io ti voglio bene davvero, con tutto il cuore.
Marla sorrise e fece un cenno di assenso col capo. Era vero... Lei era stata la sola a sceglierla e ad accettarla per ciò che era.
Le doveva molto più della gratitudine. Le doveva un vero segno di affetto e amicizia. Infondo non aveva niente da perdere. Tutti gli altri la trovavano patetica, perfino i suoi genitori la detestavano, quindi perché preoccuparsi? Poteva fare ciò che voleva della sua vota tanto a nessuno sarebbe mai importato.
Per questo decise di farlo, di compiere quel gesto che avrebbe dato un senso e una fine a tutta la sua angoscia.
Dapprima delicatamente, Marla poggiò le labbra su quelle dell'amica che ricambiò il bacio con passione e bramosia.
Fu un attimo. Mentre ancora si stavano baciando, Valery fece aderire il corpo al suo e la spinse in avanti. Marla avvertì ogni paura svanire quando si si sentì cadere nel vuoto. Era così che doveva finire. Solo così gli altri l'avrebbero ricordata con un minimo di affetto.
Il tempo sembrò rallentare tanto che ebbe l'impressione che la caduta fosse interminabile. Il calore del corpo di Valery però le dava sicurezza.  Non ci fu dolore, solo un impatto improvviso e violento.


Quando la metropolitana passò oltre di Marla e Valery era rimasto ben poco, ma il loro ricordo sarebbe vissuto per sempre nella memoria di chi un tempo aveva finto di amarle.   


Pubblicato da Unknown alle 19:15 1 commenti  

Il controllo è potere

giovedì 4 luglio 2013

Buonsalve! Un racconto è stato in parte ispirato dal film Sucker Punch e in parte dal personaggio di Nancy Callahan di Sin City. Li avete visti?

Il controllo è potere
(racconto n.307)

Il controllo è potere e il potere è tutto in questo mondo. Io sono stata una vittima fin da quando ero piccola, fin dal giorno in cui mio padre ha usato il proprio potere su di me per soddisfare la sua perversa sete di controllo sul mio corpo.
Per anni ho odiato me stessa e quel corpo che non faceva che provocarmi paura e sofferenza. Pensavo che per me sarebbe sempre stato così, che non avrei mai avuto il controllo e che sarei sempre stata  sottomessa al potere che gli altri esercitavano su di me. Col passare degli anni però capii che quella che consideravo la mia pena poteva essere la mia forza. Il mio corpo infatti si era sviluppato presto, diventando quello di una vera donna. Capii presto che proprio grazie ad esso avrei potuto avere il potere. Me ne resi conto quando cominciai a esibirmi. Allora ero ancora insicura e sottomessa, incapace di reagire e farmi valere. Mio padre aveva perso interesse per me, ero troppo grande per lui, ma voleva ancora ottenere dei vantaggi da me. All’inizio mi vendeva ai suoi amici per perversi festini o notti di sesso poi però capì che con me poteva guadagnare molto di più. Strinse un patto col padrone di uno strip-club per poter ottenere una percentuale sia sulle mie esibizioni che sulle prestazioni extra che avrei offerto ai clienti. La prima volta che salii sul palco però le cose cambiarono. Mentre mi muovevo sinuosa, sentivo gli occhi di tutti quegli uomini su di me. Fu allora che capii di averli in mio potere, che avrei potuto chiedere loro qualsiasi cosa e che avrei ricevuto da loro solo cieca obbedienza. Avevo il controllo e con esso il potere. Fu durante quella stessa esibizioni che mi resi conto di poter sfruttare la cosa a mio vantaggio.
Puntai quello che sembrava essere un cliente abituale e gli offrii una danza che non avrebbe dimenticato. Lui tornò a vedermi più e più volte appagato dalle mie sole esibizioni. Alla fine era talmente perso che esaudì la mia richiesta. Tre giorni dopo lo arrestarono per aver tentato di svaligiare la mia casa e per aver ucciso mio padre. Lo presero per maniaco che aveva puntato una bella spogliarellista per derubarla ignorando che viveva ancora con i suoi.

Da quel giorno io ottenni il controllo sulla mia vita e su tutti quelli che ogni sera mi guardavano esibirmi, su quegli uomini che un tempo avrebbero fatto di me uno strumento. Da quel giorno io ottenni il potere attraverso il mio corpo e ogni notte sapevo con sicurezza che sarei diventata più forte.   


Pubblicato da Unknown alle 14:37 1 commenti  

La leggenda dell'uomo nero

mercoledì 3 luglio 2013

Buonsalve! Un racconto su come le apparenze e le dicerie a volte possano ingannare. Buona lettura!!!

La leggenda dell'Uomo Nero
(racconto n.306)

Dice una leggenda che nelle notte senza luna l’uomo nero faccia la sua apparizione per terrorizzare a morte i bambini che non amano andare a letto presto.  Stephen aveva dieci anni ed era ancora terrorizzato dalle storie sull’uomo nero, tanto che non andava mai a dormire dopo le nove e mezza di sera. Una notte però, si svegliò con una sete terribile. Cercò di resistere e di riprendere sonno, ma aveva la gola secca e non riusciva in alcun modo a riprendere sonno. Gli ci volle parecchio per trovare il coraggio di alzarsi. Nella mente si ripeteva che quelle storie erano tutte bugie, che non esisteva nessun uomo nero pronto a terrorizzarlo. Sgusciò fuori dal letto e s’incamminò per il corridoio per tentare di raggiungere la cucina. Non voleva accendere la luce per non rischiare di svegliare qualcuno, ma quando arrivò in cucina vide un’ombra stagliarsi contro la finestra. Si bloccò terrorizzato quando l’ombra si fuse con quelle della notte scivolando verso di lui. Un brivido freddo gli attraversò tutto il corpo, mentre in lui si faceva largo la consapevolezza di non essere solo nella stanza. Quando la luce esterna illuminò una mano scheletrica pronta ad afferrarlo, Stephen urlò con quanto fiato aveva in gola.  La mano si ritrasse un attimo prima che la madre del bambino entrasse in cucina, accendendo la luce e correndo verso il figlio.
- Ehi… piccolo che succede?
- Mamma ho visto l’uomo nero! Ho visto l’uomo nero!
La donna lo abbracciò e lo riaccompagnò a letto. – Sta tranquillo erano solo ombre. L’uomo nero non esiste e anche se esistesse ci penserei io a tenerlo lontano da te.


Intanto, nascosta nell’angolo più buio della notte, una figura scura singhiozzava  vittima di una profonda tristezza. Anche in quella casa era andata male. Non riusciva a capire perché tutti lo allontanassero a quel modo, perché avessero così tanta paura di lui. In fondo era solo un bambino d’ombra e l’unica cosa che desiderava era poter trovare qualcuno con cui giocare.


Pubblicato da Unknown alle 09:17 1 commenti  

Il ladro di merendine

martedì 2 luglio 2013

Buonsalve! Un racconto scritto ispirato in piccola parte a fatti realmente accaduti che mi sono stati raccontati dalla mia amica Alice. Spero vi piaccia! ^,.,^

Il ladro di merendine
(racconto n.305)

Alia lavorava come grafica ormai da diverso tempo. Certo nello studio in cui l’avevano assunta era ancora una novellina, ma le piaceva il suo lavoro e soprattutto si trovava davvero a proprio agio con i colleghi ormai diventati cari amici. Un buon ambiente, un lavoro che amava… A parte l’immane stanchezza, tutto sembrava davvero perfetto. Un giorno però accadde qualcosa che minò la serenità del suo posto di lavoro: dalla mensa infatti cominciò a sparire del cibo. Tutto ebbe inizio con le merendine. Quando qualcuno di loro ne portava una confezione in ufficio e le lasciava in mensa, puntualmente il giorno dopo non ne trovava nemmeno una. La cosa andò avanti per giorni finché alla fine il ladro non cominciò a rubare anche del materiale d’ufficio.  Il responsabile dello studio decise quindi di intervenire e di ricorrere a sanzioni severe per tutti quelli sorpresi a rubare. Alia decise subito di aiutarlo a trovare il responsabile. Aveva sempre detestato chi si comportava in maniera scorretta soprattutto con persone che con lei erano sempre state buone.

Una sera chiese il permesso di poter restare fino a tardi in ufficio a lavorare con la speranza di cogliere il ladro sul fatto.  Si trovò a concentrarsi così tanto sui suoi disegni, però, che sussultò quando sentì strani rumori provenire dall’ufficio accanto al suo. Si alzò e andò a sbirciare nella speranza di cogliere il ladro con le mani nel sacco. Rimase a dir poco sbalordita da ciò che vide: una piccola scimmietta si aggirava tra le scrivanie, curiosando e arraffando qualsiasi cosa attirasse minimamente la sua attenzione. L’animale d’un tratto si accorse di lei e la fissò con occhi sgranati per poi arrampicarsi sui mobili e raggiungere il più vicino condotto di aereazione. Alia arrivò a chiedersi se non si fosse addormentata alla scrivania e se non stesse sognando. Un attimo dopo però la scimmietta si affacciò dal condotto e tornò a fissarla con occhioni sgranati. La ragazza allora corse a prendere dalla mensa qualcosa da mangiare e glielo porse. Dapprima intimidita, l’animaletto accettò il cibo di buon grado poi, si arrampicò sulle spalle di Alia che rise divertita. Quella sera stessa la portò da un veterinario che le disse che probabilmente l’animale era scappato o era stato abbandonato da qualcuno che lo aveva adottato senza rendersi conto dell’impegno che comportava e si impegnò a trovarle una casa sicura. Da allora i furti cessarono del tutto, Alia non svelò mai l’identità del ladro misterioso anche perché di certo nessuno le avrebbe creduto. Sarebbe stato un piccolo, divertente segreto il cui ricordo le avrebbe sempre strappato un sorriso. 




Pubblicato da Unknown alle 10:05 1 commenti  

Il lombrico fantasma

lunedì 1 luglio 2013

Buonsalve! Il racconto di oggi è nato durante una chiacchierata fatta durante la festa di chiusura del Lupo Rosso. Chi vi ha preso parte sa bene di cosa parlo XD

Il lombrico fantasma
(racconto n.304)

Gipser era una creatura davvero complicata. Lui non era solo un lombrico, ma era anche un fantasma. Ciò era dovuto al fatto che non aveva mai amato nutrirsi di terra o residui organici come i suoi simili. Adorava invece la frutta e fu appunto quella passione a farlo diventare un fantasma. Durante la sua breve vita infatti aveva avuto modo di mangiare solo frutta marcia per questo un giorno decise di mettersi in viaggio per cercare un posto in cui poter soddisfare davvero la sua fame. Fu un viaggio difficile perché, come ogni lombrico, Gipster era molto lento e non riusciva a percorrere molta strada. A peggiorare le cose c’era anche il fatto che ogni insetto o suo simile che incontrava prima lo avvicinava per chiedergli dove stesse andando, facendogli perdere molto tempo, poi si metteva a ridere di lui, facendogli perdere la fiducia in se stesso. Nonostante tutto però il lombrico andò avanti, cercando e sperando in un colpo di fortuna. E alla fine la fortuna sembrò girare dalla sua parte. Un giorno infatti, vide davanti a sé un enorme bancone pieno della frutta più fresca che avesse mai visto. Era arrivato nei pressi di un mercato ortofrutticolo, il paradiso che aveva sempre sognato.
Avvicinandosi estasiato  a quella visione paradisiaca, non badò agli umani  che si aggiravano per il mercato.
Gli mancava pochissimo per raggiungere la frutta quando accadde: un’ombra si stagliò sopra di lui poi Gipser vide un enorme piede calare sulla sua testa.
Si ritrovò poco dopo a fluttuare sul suo corpo spappolato, chiedendosi come avesse potuto essere così idiota da correre un rischio simile. Per un attimo gli venne voglia di urlare e disperarsi, ma il suo sguardo cadde sulla montagna di frutta poco distante. Era morto. Era morto ed era diventato un fantasma mentre il suo corpo giaceva spiaccicato a terra eppure non si sentiva affatto triste: anche se non poteva mangiarla, visto che ormai non aveva più nemmeno fame, passare l’eternità in mezzo a tanta frutta per lui era come trovarsi in paradiso.



Pubblicato da Unknown alle 09:34 1 commenti  

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