skip to main | skip to sidebar

365 racconti per 365 giorni

Una sfida con me stessa, un racconto da scrivere ogni giorno per divertire e divertirmi.

Archivo del blog

  • ▼ 2013 (243)
    • ▼ agosto (31)
      • Ti va di vivere un'avventura?
      • Paura dei numeri
      • Le campane
      • Il complotto
      • Allegoria dell'acqua
      • Il naufrago
      • Il Sindacato delle Marmotte
      • ANGIE
      • La farfalla cremisi
      • Un osservatore da lontano
      • L'incubo
      • Un gesto d'amore
      • Sincera amicizia
      • Un vero imbranato
      • Un segno nel mondo
      • Tutto perfetto
      • Tu sei pazzo
      • Non solo estetica
      • L'uomo perfetto
      • Lo specchio dell'anima
      • Ali
      • La protagonista
      • Il coraggio di un guerriero
      • Conseguenze
      • Il cerchio delle fate
      • Morte amica
      • Creatività
      • La collezione
      • Gelosia violenta
      • Il raccolto
      • Una goccia di pioggia
    • ► luglio (31)
    • ► giugno (30)
    • ► maggio (31)
    • ► aprile (30)
    • ► marzo (31)
    • ► febbraio (28)
    • ► gennaio (31)
  • ► 2012 (122)
    • ► dicembre (31)
    • ► novembre (30)
    • ► ottobre (31)
    • ► settembre (30)

365 Stories from my Head

Una seconda occasione

martedì 7 maggio 2013

Buonsalve! Un racconto che ha un po’ il sapore del fantasy classico visto che negli ultimi due giorni mi sono divorata puntate del Trono di Spade come se non ci fosse un domani XD

Una seconda occasione
(racconto n.249)


Jonan di certo aveva passato momenti migliori. Il suo corpo ormai non era più quello di una volta. Tempo prima lui era un combattente, un guerriero che aveva portato onore e gloria alla sua famiglia e al suo regno. Adesso invece era debole e stanco, un vecchio incapace perfino di sollevare la spada.
Mentre in passato tutti gli rendevano omaggio, rispettandolo e ammirandolo, oggi agli occhi della gente lui era solo un povero mendicante che si spacciava per un eroe e che inventava storie per guadagnare quel poco che gli avrebbe permesso di sopravvivere.
Spesso, soprattutto durante l’inverno, rimpiangeva la dissolutezza e l’arroganza che lo avevano portato a perdere tutto quello che aveva conquistato nel tempo.
Un giorno però un uomo si avvicinò a Jonan. Era bellissimo e ben vestito, probabilmente un nobile di alto lignaggio.
- Chi sei? – gli chiese.
- Solo una persona caritatevole, nobile cavaliere. – disse l’uomo che, vedendo la sua sorpresa, non poté fare a meno di sorridere. – So chi sei, Jonan e voglio farti un dono.
Il vecchio cavaliere lo guardò sospettoso. – Nessuno fa niente per niente.
Il sorriso del nobile si allargò ancora di più e i suoi occhi per un attimo brillarono di una luce inquietante. – Voglio solo rendere onore a un antico eroe con la speranza che, quando verrà il momento, si ricorderà del favore che gli ho fatto.
Così dicendo gli porse una pergamena e si allontanò, sparendo tra la folla. Appena la lesse Jonan pensò a uno scherzo, ma dopo un attimo il suo viso si distese in un ghigno. Chiunque fosse quel nobile, anche se fosse stato un demone, gli doveva davvero un favore enorme.
Due giorni dopo un giovane cavaliere passò dal villaggio e Jonan lo chiamò chiedendogli di avvicinarsi per aiutarlo. Mosso a compassione per quel povero vecchio, il cavaliere scese dal suo destriero e si fece avanti. Appena posò una mano su di lui, una forza oscura permeò l’aria. Nello stesso momento, Jonan sentì tutto il suo corpo pervaso da una scarica di energia  poi venne avvolto dalle tenebre.
Quando aprì gli occhi si ritrovò davanti a un vecchio confuso e spaventato che lo fissava pieno di terrore. Si allontanò mentre pian piano prendeva piena consapevolezza del corpo che aveva rubato e della seconda occasione che gli era stata offerta.


Pubblicato da Unknown alle 12:14 1 commenti  

Rispetto ed equilibrio

lunedì 6 maggio 2013

Buonsalve! Questo racconto è nato perché sono convinte che in ogni cosa sia importante l’equilibrio e la moderazione. Gli estremismi, in qualsiasi ambito, non mi sono mai piaciuti e anzi li trovo dannosi se si ha una convinzione. Si rischia solo di passare dalla parte del torto.

Rispetto ed equilibrio
(racconto n.248)

Jack cacciava fin da quando era piccolo. Suo padre era un cacciatore esperto, il più abile del villaggio tanto che era a lui che si rivolgevano quelli che non erano in grado di procurarsi da soli la carne. Era da lui che jack aveva imparato tutto. Sapeva come riconoscere e seguire le tracce, come nascondersi sottovento e aveva un’ottima mira. Un giorno si spinse nel cuore della foresta, ben oltre il territorio di caccia dove era solito andare e che conosceva come le sue tasche. All’improvviso vide una preda di caccia che non avrebbe mai sperato di incontrare: una cerva bianca. Bellissima ed elegante, la cerva albina vagava per la foresta, scattando a ogni minimo rumore.
Jack però sapeva essere molto silenzioso e pian piano riuscì ad arrivare a portata di tiro. All’improvviso però un cucciolo si avvicinò alla cerva che gli strofinò il muso amorevolmente.
Il cacciatore abbassò subito l’arma. C’erano delle leggi nella caccia, leggi atte a mantenere l’equilibrio nella natura stessa. Una di queste è che non bisogna mai abbattere una madre con un piccolo non ancora in grado di sopravvivere da solo.
Si allontanò con rispetto, facendo attenzione a non disturbare la cerva e uscì dalla foresta senza una preda. Arrivato ai margini del bosco però vide una bellissima donna con vesti e capelli candidi come la neve. Jack rimase senza fiato davanti alla sua bellezza.
Lei sorrise e gli fece un cenno del capo. – Ti ringrazio, amico della foresta. – disse per poi porgergli un arco di legno bianco. – Un dono dal suo spirito per aver agito con saggezza.
Il cacciatore s’inchinò davanti a quel dono inaspettato. Da allora Jack non ebbe mai giorni di magra. Grazie a quell’arco non mancò mai un bersaglio e lui l’adoperò sempre al meglio, rispettando l’equilibrio e le regole insegnategli dal padre nel rispetto della foresta e dei suoi abitanti.


  

Pubblicato da Unknown alle 14:00 1 commenti  

Non vi piace la cosa? Beh, allora potete anche non leggere questo blog

domenica 5 maggio 2013

Buonsalve! Vi avverto fin da subito che questo racconto ha un linguaggio un po’ colorito quindi se siete troppo sensibili… beh forse è il caso di chiudere la pagina ;)

Non vi piace la cosa?
 Beh, allora potete anche non leggere questo blog
(racconto n.247)

Ok, basta con le cazzate. Se volete sapere di me e farvi allegramente i cazzi miei dovete partire da un presupposto: io non sono un fottuto eroe da cinema.  Probabilmente sono il più grande pezzo di merda che abbiate mai incontrato. Non vi piace la cosa? Beh, allora potete anche non leggere questo blog e andarvene allegramente affanculo.
Se siete ancora qui allora forse vi interessa sapere chi sono. Mi chiamo Jack e per professione picchio la gente. No, non sono un pugile né uno di quei wrestler rammolliti che sanno solo fare a botte per gioco. Io mi occupo di sistemare tutte quelle persone con cui il mio datore di lavoro ha delle faccende in sospeso. Ho iniziato questa mia attività quando avevo trent’anni. Non sono mai stato un tipo tranquillo e il mio fisico massiccio e imponente di certo non mi era di aiuto a calmare la mia aggressività. Una sera me ne stavo per i cazzi miei, vagando in cerca di qualche ragazzina dal pompino facile, quando un uomo mi si avvinghiò di colpo alla maglietta. – Ti prego aiutami! Degli uomini mi stanno seguendo… vogliono ammazzarmi!
Lo guardai come se un piccione mi avesse appena cagato sulle scarpe. – Credi davvero che possa importarmi qualcosa?
Lo allontanai, ma quello tornò ad appiccicarsi come una cazzo di cozza sul culo di uno scoglio. – Aiutami ti prego!
In quel momento due scimmioni raggiunsero il vicolo in cui mi trovavano. In quel momento il disperato si aggrappò a me così forte da strapparmi la maglietta. Non ci vidi più dalla rabbia. – Avresti fatto meglio a levarti dalle palle razza di coglione!
Lo colpii così forte da farlo finire e a terra e iniziai a prenderlo a calci finché non lo vidi sputare sangue. Quando cercò di rialzarsi lo afferrai per i capelli e iniziai a raschiargli la faccia sull’asfalto lasciando una lunga chiazza di sangue. Quando ebbi finito, il vigliacco era a terra, sfregiato e agonizzante.
-  Mi piace il tuo modo di fare. -  disse uno dei due scimmioni per poi avvicinarsi porgendomi la mano. – Che ne diresti se ti presentassimo al nostro capo.
In tutta risposta io presentai il mio pugno al suo naso. – Direi che mi dovete una maglietta nuova… e che ne possiamo parlare.
Da quel giorno rimettere in riga le persone divenne il mio lavoro. Scommetto che molti di voi si stanno chiedendo che tipo di infanzia io abbi avuto, cosa mi ha sconvolto e turbato a tal punto da farmi diventare così violento e aggressivo. La risposta è: niente. La vita per me è stata come per tutti gli altri ovvero pieno di lunghi periodi di merda e di brevi momenti di felicità.  A volte scopri di essere abbastanza consapevole da diventare abbastanza stronzo per sopravvivere altre riesci a mantenere la tua ingenua fiducia e, per carità, sopravvivi anche così, ma di certo di calci in culo ne prendi molti di più.
E io dei calci in culo mi ero proprio rotto i coglioni.


Pubblicato da Unknown alle 10:54 0 commenti  

Essere pronta

sabato 4 maggio 2013


Buonsalve! L’idea di questo racconto è nata… non so dirlo di preciso. Forse dal semplice pensiero che ci saranno sempre persone pronte a mandarti al rogo e che dobbiamo sempre essere pronti ad affrontarli.

Essere pronta
(racconto n.246)

Darla aveva sempre saputo cosa il futuro le avrebbe riservato e adesso che era arrivato il momento di affrontarlo quasi non ne ebbe paura. Certo aveva sperato fino all’ultimo che le cose sarebbero andate diversamente, ma una parte di lei era sempre stata preparata a ciò che l’aspettava.
Aveva scoperto della propria natura quando aveva solo quattordici anni, grazie a un incontro che molti avrebbero definito casuale, ma che lei era certa fosse segnato dal destino.
Stava passeggiando tranquillamente per le vie di Manhattan quando qualcuno la urtò bruscamente facendola finire a terra. Darla imprecò e guardò la ragazza corre via senza guardarsi indietro. Appena si rialzò, due uomini le sfrecciarono accanto rischiando di farla nuovamente finire a terra. Per un attimo rimase a fissare la giovane e i suoi inseguitori con aria perplessa poi si accorse di un oggetto finito a terra a poca distanza da lei. Era un ciondolo a forma di stella a cinque punte su cui era avvolta dell’edera.
Lo raccolse e dopo averlo osservato per un po’ se lo mise al collo.
Lo indossò tutto il giorno, finché all’improvviso non sentì qualcosa, come una voce dentro di sé che non smetteva di parlare e che la guidava verso un punto preciso della città. La voce la spinse fino a Central Park dove trovò la ragazza che l’aveva travolta quella mattina. – Ti aspettavo. – le disse con un sorriso.
Fu lei, Kate, a far emergere la magia dentro di lei, a introdurla in un mondo più vero e profondo, una realtà più vera di quella che avrebbe mai potuto sperare di conoscere.
Per anni visse felice, in una consapevolezza che andava ben al di là di ciò che chiunque avrebbe mai potuto immaginare. Le streghe però vengono bruciate anche ai giorni nostri.
Questo Darla lo sapeva e sapeva che quel momento era inevitabile.
Ad arrivare per primo fu l’odore di fumo, intenso e soffocante. Sotto ai suoi piedi nudi, le fiamme avvamparono all’improvviso.  Il dolore fu intenso, straziante, molto più di quanto Darla avrebbe potuto immaginare. Urlò e urlò mentre i suoi aguzzini ridevano soddisfatti. Nonostante tutto, lei trovò la forza di guardarli uno a uno negli occhi. Perché non scordassero il suo sguardo carico di sofferenza. Perché non dimenticassero mai che lei aveva vissuto davvero.


Pubblicato da Unknown alle 12:35 1 commenti  

Il peso della colpa

venerdì 3 maggio 2013

Buonsalve! Un racconto sui sensi di colpa e su come a volte una bugia può essere più dannosa di un’orribile verità.

Il peso della colpa
(racconto n.245)

A volte è così difficile riuscire a rimediare a un errore che spesso rischiamo di portarci dentro il peso delle nostre colpe per tutta una vita. Leonard ne era pienamente cosciente. Perché senza volerlo, una notte era un assassino. Stava guidando, di ritorno da una cena, quando ebbe un improvviso colpo di sonno che lo fece sbandare bruscamente. In quel momento sentì solo un tonfo e per un attimo si convinse di essere solamente passato sopra un sacco della spazzatura. Un sacco della spazzatura… quando il giorno dopo vide i notiziari e si rese conto di aver investito un uomo, capì la gravità di ciò che era successo la notte prima.  Passò due intere giornate chiuso in casa, temendo di sentire da un momento all’altro le sirene della polizia avvicinarsi all’abitazione. Ma la polizia non arrivò e lui non si costituì mai.
Scoprì presto che l’uomo aveva una moglie incinta di sette mesi. Vinto dal senso di colpa, un giorno avvicinò la donna e col tempo tra loro nacque una storia. Gli anni passarono e Leonard crebbe il bambino come se fosse suo nel disperato tentativo di redimersi per averlo privato del padre.
Crescendo però il piccolo Nick non poté fare a meno di porre domande sul suo vero papà, su chi fosse e su come fosse morto. Ogni domanda era una stilettata nel cuore di Leonard che non sapeva come gestire il suo senso di colpa. Più passava il tempo, più il pensiero di quanto aveva fatto diventava insostenibile.
Poi arrivò il giorno del diciottesimo compleanno del ragazzo e accadde qualcosa che turbò profondamente Leonard. Mentre festeggiavano assieme, durante il taglio della torta, Nick disse solo. – Voi mi avete sempre dato tutto quello di cui avevo bisogno. Non ho desideri particolari salvo… salvo… Leonard non fraintendere, io ti voglio bene come se fossi mio padre, ma vorrei… vorrei solo capire perché l’assassino del mio vero padre quella notte non ha fatto niente per aiutarlo. Vorrei capire perché se n’è andato lasciandolo semplicemente lì a morire.
Fu allora che Leonard capì di non poter continuare ancora a mentire. Lasciò che il ragazzo si godette il suo compleanno e due giorni dopo riunì lui e sua moglie in salotto.
Soffocato dal dolore e dal rimorso, raccontò loro tutta la verità vedendo prima lo sconcerto poi la rabbia, il dolore e l’angoscia dipingersi sui loro volti.
Mentre parlava, con le sirene della polizia che si avvicinavano alla villa sentì il peso della colpa sciogliersi. Anche se lo avrebbero odiato, anche se avrebbe passato la vita in prigione, in un modo o nell’altro era tornato libero.



Pubblicato da Unknown alle 11:39 1 commenti  

La trappola del diavolo

giovedì 2 maggio 2013


Buonsalve! Ho scritto questo racconto perché penso che a volte una persona apparentemente gentile e apparentemente ingenua possa anche nascondere una minaccia. Buona lettura!

La trappola del diavolo
(racconto n.244)

Gli esseri umani sono davvero molto, molto divertenti. Io sono un demone, un tentatore la cui missione è quella di portare i mortali verso il decadimento e la perdizione. In passato il mio lavoro era relativamente semplice. Il finto perbenismo religioso infatti nascondeva esistenze così perverse e depravate da far perdere le piume a qualsiasi angelo. Oggi però il mio lavoro è diventato quasi noioso.
Non ho praticamente bisogno di fare niente per attrarre gli umani dalla nostra parte. Basta solo una piccola spinta, una minima tentazione ed ecco che si buttano a decine tra le nostre braccia.
Un giorno mi si presentò però una sfida davvero affascinante. Si chiamava Claudia ed era di sicuro una delle poche ragazze davvero pure del ventesimo secolo.
Era bellissima, dolce e dotata di un’ingenuità davvero affascinante. Mi sarei divertito davvero molto a sporcarla. Dopo averla studiata attentamente capii che con lei non potevo usare i soliti trucchetti. Dovevo scendere in campo di persona. Per questo assunsi l’aspetto del ragazzo ideale e mi presentai da lei. Iniziai a frequentarla, mostrandomi sempre gentile e rispettoso finché non arrivò per me il momento di colpire. Dopo sei mesi che ci frequentavamo uscimmo a festeggiare in un ristorante elegante e raffinato. Le riempii il bicchiere di champagne e feci in modo che non rimanesse mai senza.  Per sicurezza quando andò in bagno aggiunsi nel bicchiere anche una polverina speciale di mia creazione che avrebbe aumentato notevolmente l’effetto dell’alcool.  A fine serata era talmente andata da sbarellare pericolosamente sui tacchi alti.
La feci salire in macchina e la riaccompagnai fin sotto casa, parcheggiando in modo che non fossimo troppo in vista. Fu allora che feci la mia mossa. All’inizio fu solo un bacio che si fece pian piano più intenso e profondo. Lentamente, feci scivolare una mano dal ginocchio fin sotto la gonna del vestito, accarezzandola finché non le sfiorai coi polpastrelli l’orlo delle mutandine.
Lei oppose una lieve resistenza, ma la mancanza di lucidità le impediva di respingermi. In ogni caso comunque non mi sarei fermato.  Se non fossi riuscito a istigare in lei la lussuria l’avrei portata a desiderare con tutta se stessa di morire. Ci sarebbe voluto più tempo, ma alla fine lo avrebbe fatto e per quanto un umano possa essere stato buono e puro in vita, prima la rabbia e poi il suicidio l’avrebbero comunque fatta diventare mia.  Stavo già pregustando la mia vittoria quando una stilettata al petto mi fece sobbalzare. Abbassai gli occhi e vidi la lama benedetta con cui Claudia mi aveva trapassato il petto.
- Sei stato bravo a nasconderti demone. – disse la ragazza con un ghigno. – In tutti questi mesi non sono mai stata sicura che fossi tu, ma alla fine ti sei rivelato per il mostro che sei.
Solo in quel momento mi resi conto della vera natura della ragazza e capii di essere finito in una stupida trappola. Quello schifoso angelo mi aveva offerto la preda perfetta, mi aveva offerto una purezza che mi sarei potuto divertire a sporcare e contaminare a mio piacimento solo per potermi uccidere. Dovevo immaginare che non potevano esistere ancora umane così. Ero stato un vero idiota e ne avrei pagato il prezzo.



Pubblicato da Unknown alle 13:09 1 commenti  

La giustizia del mietitore

mercoledì 1 maggio 2013

Un racconto veloce veloce scritto di corsa di corsa XD

La giustizia del mietitore
(racconto n.243)


Ho seguito Laila fin da quando è venuta al mondo. Era una bambina molto, molto vivace.  C’erano state delle difficoltà durante il parto eppure lei era nata con una volontà e una determinazione fuori dal comune. Si era aggrappata alla vita con tutte le sue forze e tutta la decisione di cui un essere umano era capace. Mi sorprese per quello e fidatevi, non è semplice riuscirci.
Come mi ero sempre aspettato, Laila divenne una combattente durante la sua esistenza. In ogni momento, lottava per affermare se stessa, per sfuggire all’opprimente sensazione della mia presenza accanto a lei. Mi detestava e lo faceva con tutta se stessa.

Sem era davvero un debole. Quando è nato fu come se non avesse alcuna voglia di venire al mondo, come se ogni respiro gli costasse una fatica immane. Lui era il classico umano che si lasciava trascinare dagli eventi. Non reagiva, non lottava, si lasciava semplicemente andare facendosi sottomettere e aspettando solo che le cose accadessero. Lui accettava la mia presenza come un qualcosa di inevitabile.

Laila stava andando in macchina quando Sem, alla guida del suo scooter, passò distrattamente col rosso.  Le loro esistenze si incrociarono solo per quel breve, fatale momento. Io osservai ogni singolo istante, ascoltai ogni pensiero e ogni paura di entrambi. Mi avvicinai a Sem e lo sfiorai appena. No. Non sarei andato da lui.
Mi avvicinai invece a Laila e le accarezzai la fronte.
- No… - disse la ragazza, schiacciata tra i detriti della macchina. – No, ti prego…
“È  arrivato il momento.” dissi “Ti ho osservato per tutta la vita e adesso è arrivato il momento.”
Le tesi la mano e lei si alzò.
“Non devi aver paura.” la rassicurai. “Ti accompagnerò per tutto il viaggio.”
La portai con me, conducendola per mano verso il posto che le spettava, portando quella  giovane donna verso la sua fine. Mi voltai verso Sem. Non era ancora la sua ora. Avrebbe sofferto e agonizzato a lungo, ma non sarei andato da lui. Non ancora. Perché anche se era un debole io sono inevitabile e imparziale. Non importa che tu lotti disperatamente o che ti lasci andare. Prima o poi  noi ci incontreremo.



Pubblicato da Unknown alle 11:43 1 commenti  

Post più recenti Post più vecchi Home page
Iscriviti a: Post (Atom)

Blog Design by Gisele Jaquenod

Work under CC License

Creative Commons License