skip to main | skip to sidebar

365 racconti per 365 giorni

Una sfida con me stessa, un racconto da scrivere ogni giorno per divertire e divertirmi.

Archivo del blog

  • ▼ 2013 (243)
    • ▼ agosto (31)
      • Ti va di vivere un'avventura?
      • Paura dei numeri
      • Le campane
      • Il complotto
      • Allegoria dell'acqua
      • Il naufrago
      • Il Sindacato delle Marmotte
      • ANGIE
      • La farfalla cremisi
      • Un osservatore da lontano
      • L'incubo
      • Un gesto d'amore
      • Sincera amicizia
      • Un vero imbranato
      • Un segno nel mondo
      • Tutto perfetto
      • Tu sei pazzo
      • Non solo estetica
      • L'uomo perfetto
      • Lo specchio dell'anima
      • Ali
      • La protagonista
      • Il coraggio di un guerriero
      • Conseguenze
      • Il cerchio delle fate
      • Morte amica
      • Creatività
      • La collezione
      • Gelosia violenta
      • Il raccolto
      • Una goccia di pioggia
    • ► luglio (31)
    • ► giugno (30)
    • ► maggio (31)
    • ► aprile (30)
    • ► marzo (31)
    • ► febbraio (28)
    • ► gennaio (31)
  • ► 2012 (122)
    • ► dicembre (31)
    • ► novembre (30)
    • ► ottobre (31)
    • ► settembre (30)

365 Stories from my Head

Occhi rossi

giovedì 7 marzo 2013

Buonsalve! Ecco il racconto di oggi! L’ho scritto perché… naaaa oggi sono pigra. Niente spiegazione U,.,U

Occhi rossi
(racconto n.188)

La prima volta che lo vidi, nello studio del mio capo, ho avuto paura di lui. Si chiamava Dylan e, a quanto mi dissero quel giorno, era un nuovo dirigente della società in cui lavoravo. La sua aria sicura mi intimoriva e mi metteva fortemente a disagio, mi faceva sentire debole e insicura. Poi c'erano i suoi occhi, rossi come gocce di sangue appena stillato.
Quegli occhi mi spaventavano facendomi sentire come se fossi nuda di fronte a lui, mi spogliavano e mi accarezzavano provocandomi brividi caldi mai provati prima.
Dopo tre giorni da quell'incontro di lavoro ricevetti un suo invito a cena. La cosa dapprima mi stupì e fui seriamente tentata di rifiutare, ma alla fine cedetti. Infondo era pur sempre un uomo affascinante e a quanto pare ricco quindi perché farmi intimorire dalla prima impressione? Fu una serata molto bella, in un ristorante elegante e raffinato come si rivelò essere anche lui.
Alla prima uscita ne seguì un’altra. Per quanto mi piacesse la sua compagnia e mi sentissi molto attratta da  lui però c’era sempre quella piccola sensazione di disagio dentro di me che non voleva in alcun modo andarsene.
Nonostante questo, durante il nostro terzo appuntamento decisi di invitarlo a casa mia. In fondo Dylan mi piaceva e mi attraeva davvero molto. Mi era perfino capitato di sognarlo più di una volta in maniera… beh diciamo piuttosto spinta.
Quando entrò nel mio appartamento si guardò un po’ attorno poi, con gli occhi che brillavano di una luce inquietante,  si avvicinò e mi baciò con trasporto.
Pochi minuti dopo eravamo già a letto, nudi e stretti l’uno all’altra.
Fu come perdersi in un sogno distorto e confuso. La mia mente era si smarrì in ogni suo gesto, le figure attorno a me sembravano ombre ghignanti che mi fissavano cariche di soddisfazione.
- Sapevo che saresti stato il sacrificio perfetto. – disse Dylan. – Dovrò ringraziare il tuo capo per averti offerta a me…
Ciò che sentii dopo fu solo piacere, un piacere intenso che raggiunse il culmine quando lui iniziò a strapparmi la carne a morsi.
Poi fu solo il buio e il rosso del mio sangue riflesso in quello dei suoi occhi.


Pubblicato da Unknown alle 15:12 1 commenti  

Due metà

mercoledì 6 marzo 2013

Buonsalve! Ho scritto questa storia perché mi sono accorta di aver superato già da un po'  la metà di questa piccola avventura. Ormai non manca molto! ^,.,^
Buona lettura!

Due metà
(racconto n.187)


Avete mai sentito la teoria della mela di Platone? Si dice che ogni individuo è solo una parte dell’essere umano  originario diviso in passato dagli Dei come punizione per la sua arroganza. Per questo siamo sempre in cerca della nostra metà della mela, di quella persona capace di farci sentire per la prima volta anime complete e perfette.
La prima volta che Silvia aveva sentito questa teoria aveva sperato con tutta se stessa che potesse in qualche modo essere vera. Perché quando sei una creatura unica, in mezzo a tante altre creature speciali l’unica cosa che vuoi davvero è poter trovare qualcuno simile a te.
In un mondo in cui uomini e donne avevano ali candide con la neve, lei era nata con l’ala sinistra completamente nera.  Quella sua anomalia veniva vista da tutti come un segno di sventura, per questo la evitavano e la cacciavano in malo modo ogni volta che andava in città in cerca di cibo. “La piagata” veniva chiamata.
Un giorno era andata al mercato per prendere della frutta tenendo ben nascoste le ali da un mantello in modo che nessuno potesse notare la sua anomalia.
All’improvviso però vide una figura osservarla da un vicolo buio. Silvia deglutì, temendo che qualcuno si fosse accorto di lei, ma appena si accorse di essere osservata, la figura si voltò e scomparve nell’ombra. Dalle sue ali si staccò una piuma, nera come una notte senza stelle.
Per un attimo la ragazza rimase paralizzata, incapace di credere che la piuma che volteggiava davanti a lei fosse reale. Poi però qualcosa scattò dentro di lei e si mise a correre cercando la figura misteriosa. Non si accorse nemmeno che il mantello le era scivolato dalle spalle finendo a terra. All'improvviso si bloccò rendendosi conto di essere finita in una parte della città che non conosceva. Spaventata, si rese subito conto di avere gli occhi di tutti puntati addosso.
- Guardare! La piagata!
La prima cosa che le volò addosso fu una mela marcia che le macchiò tutto il vestito.  Seguirono a ruota sassi e frutta di ogni tipo. Tutto come ogni maledetta volta. Non sarebbe mai cambiato niente per lei.
D'un tratto però qualcuno l'afferrò e la trascinò via. Dapprima confusa, Silvia si accorse che a trascinarla era un ragazzo con l'ala destra completamente nera. A bocca aperta, lo seguì finché non arrivarono a una villa abbandonata ove si intrufolarono per trovare rifugio. Il giardino, nascosto da un'alta siepe, era ben curato segno che comunque qualcuno lo abitava.
- Benvenuta a casa. - le disse il ragazzo.
In un primo momento Silvia non seppe che dire, poi però sorrise incrociando lo sguardo del ragazzo. Non ebbero bisogno di parole per capirsi. Nel profondo sapevano di aver trovato la metà mancante della loro vita.


Pubblicato da Unknown alle 13:58 1 commenti  

Alata

martedì 5 marzo 2013


Buonsalve! Questo racconto è nato provando a immaginare una creatura alata precipitata nel nostro mondo e una creatura in grado di sorpenderla.

Alata
(racconto n.186)



Dalia sbattè ripetutamente le ali cercando di prendere il volo, ma sapeva che non ci sarebbe riuscita. Erano settimane che provava a tornare a casa, ma da quando aveva perso una delle sue piume primarie era stata costretta a restare nel mondo terrestre, incapace di tornare indietro. Non ricordava come fosse successo. Stava volando tenendosi nascosta tra le nuvole quando un fulmine si abbatté a pochissima distanza da lei.
Sussultò per lo spavento e piombò giù, stordita e assordata. Finì in un campo alla periferia di una grossa città umana. Non seppe dire per quanto tempo rimase priva di sensi, ma quando rinvenne una delle sue piume dorate erano sparite. Erano quelle a dare forza alle sue ali a permettere agli Alati come lei tornare nel loro regno celeste.
Aveva setacciato a lungo il campo in cerca della piuma, ma se l’aveva persa in volo poteva essere ovunque. Se invece le era stata rubata allora non l’avrebbe mai più rivista.
Non avrebbe mai trovato l’umano che l’aveva presa. Di sicuro doveva essere scappato a chilometri di distanza. Oltre al campo aveva provato a vagare nei dintorni in cerca di qualche segno della piuma finchè un giorno non s’imbatté in una piccola casa poco distante.
Era una bettola a due piani che sembrava dover cadere a pezzi da un momento all’altro. Una bambina, impolverata e vestita di stracci, stava rannicchiata a terra disegnando sulla terra con qualcosa che solo dopo un attimo Dalia capì essere la sua piuma.
Si avvicinò, ripiegando le ali all’interno del corpo, cosa che ogni volta le provocava fastidio  e dolore. – Ciao. Che bella piuma che hai. Dove l’hai trovata?
La bambina alzò la testa verso di lei e si alzò, visibilmente intimorita. Allungò il braccino indicando un punto nel campo poco distante da dove Dalia era precipitata.
L’Alata alzò gli occhi e guardò la casa. – Questa è casa tua? È qui che abiti?
  La piccola fece un cenno di assenso col capo. – Con la mia mamma. – precisò.
- Beata te. – continuò Dalia. – Io senza quella non posso ritornare a casa mia né rivedere mia madre.
- Come mai? – chiese a quel punto la bimba con occhi sgranati.
La ragazza allora liberò le ali lentamente per non spaventarla. Era solo una bambina umana e col tempo quell’esperienza sarebbe diventata solo un sogno sbiadito della sua infanzia.
- Perché non posso volare senza.
La bambina rimase a fissarla per un attimo poi senza alcuna esitazione le porse la piuma. – Tieni. Io starei male al pensiero di non poter più rivedere la mia mamma.
Dalia rimase davvero molto colpita da quel gesto e dalla semplice purezza che vedeva nell’animo della bambina. Sorrise e prese la piuma poi avvicinò la mano verso la piccola, tenendola con il palmo rivolto verso l’alto.
Chiuse la mano a pugno e quando la riaprì al suo interno vi erano delle monete d’oro. – Prendi queste in segno di ringraziamento e dalle alla tua mamma. Dille che sono un ringraziamento per aver cresciuto una brava bambina.
La piccola guardò ammaliata le monete e le prese timidamente ringraziando la sconosciuta per quel regalo.
Pochi minuti dopo, Dalia si stava librando in ciela diretto verso casa con nel cuore il ricordo prezioso di una bambina umana che al valore dell’oro preferiva il tesoro di una madre.


Pubblicato da Unknown alle 12:09 1 commenti  

Perdita e rinuncia

lunedì 4 marzo 2013

Buonsalve! Questo racconto è nato sul mio divano, mentre guardavo una cagata di film dal nome REC3 -,.,-  La mia mente aveva bisogno di vagare….

Perdita e rinuncia
(racconto n.185)

Vivere nascosti era difficile. Fuggire ogni giorno dalla punizione per  un crimine non commesso, un crimine che mi ha portato via la cosa per me più preziosa era terribile. Un giorno, tornando dal lavoro, ho trovato mia moglie massacrata nel mio letto. Il coltello con cui l'avevano sventrata era ancora piantato nel suo petto nudo.
Estrassi la lama con un grido e rimasi immobile per un tempo indefinito finché, all'improvviso, non sentii le sirene della polizia e il rumore di qualcuno che picchiava con violenza sulla porta. Quei rumori mi scossero dal dolore che venne sostituito dalla rabbia. Non potevo farmi arrestare. Chiunque avesse ammazzato mia moglie doveva pagare. Non aveva idea della forza che aveva sfidato.
La porta venne sfondata e io mi dissolsi nelle ombre mutandomi in una sottile nebbiolina. La mia fuga iniziò così. Per il mondo umano ero diventato un assassino. La vita per la quale avevo rinunciato a ciò che ero aveva avuto fine.
Per me però non aveva importanza, non se fossi riuscito a trovare l'assassino della mia Miriel. Solo dopo un anno di latitanza riuscii a trovare un indizio importante, a mettere le mani sulle telecamere di sorveglianza della banca proprio di fronte al palazzo in cui vivevo. Nel video c'era una persona che conoscevo fin troppo bene. A un occhio ignaro poteva sembrare solo una donna di mezza età che entrava nel palazzo con una busta della spesa, ma io sapevo come stavano le cose.
Le apparsi in casa il giorno stesso in cui capii che era stata lei.
- Vi aspettavo mio signore. - mi disse con gli occhi raggianti.
- Perché lo hai fatto?  - chiesi impassibile.
- Perché l'amore vi aveva imprigionato impedendovi di ritrovare la gloria di un tempo. Io sono sempre stata una vostra seguace, sopravvissuta nei secoli solo per vostra generosità e non potevo permettere che voi...
In preda all'ira, l'afferrai per la gola e la sbattei contro il muro. - Tu pagherai per quello che hai fatto!
La donna gemette iniziando  a piangere. - Ma... Ares mio signore...
La sua testa fu a terra ancor prima che finisse di parlare, strappata dal corpo come fosse quella di una bambola.  Me ne andai colmo di disprezzo per quella folle e dolore per me stesso. Avevo rinunciato al mio posto tra gli Dei per la donna che amavo e adesso l'avevo persa ed ero diventato un fuggitivo tra gli umani.
Non importava. Andava bene così. Perché in quei pochi anni in cui l'ho avuto ho sentito dentro di me di essere davvero umano.


Pubblicato da Unknown alle 16:20 0 commenti  

Tradimento

domenica 3 marzo 2013

Buonsalve! Questo racconto è scritto pensando al tradimento e a come, per quanto piccolo possa essere, può lasciare un segno su di noi.

Tradimento
(racconto n.184)

I pugni di Lucas colpirono e colpirono, abbattendosi sul viso del suo rivale con tutta la forza della sua rabbia. Si sentiva ferito e tradito, furioso come non lo era  mai stato.
Le lacrime gli bagnavano il viso assieme agli schizzi di sangue di Nicolas. Una volta loro erano come fratelli. Si erano conosciuti da bambini e la prima cosa che avevano fatto era stato prendersi a pugni. Erano entrambi dei capibranco e si erano subito azzuffati per vedere chi avesse dovuto essere il bambino a capo dei maschietti della classe. Avevano terminato con un pareggio e si erano ritrovati tutti e due dal preside, a ridere come due stupidi.
Non si erano mai più separati. Erano cresciuti come fratelli, amici che condividevano tutto e che spesso si azzuffavano tra loro per delle stupidaggini per poi tornare a fare la pace con una risata.
Poi però arrivò Rose. Lucas aveva vent’anni quando la conobbe. Si frequentarono per un po’ poi si misero ufficialmente insieme. Aveva sempre cercato di far sì che la cosa non minasse la sua amicizia con Nicolas, ma le cose erano inevitabilmente cambiate.
Si vedevano di meno e, nel corso del tempo, era diventata lei la sua confidente, quella a cui raccontava la sua giornata e i suoi pensieri.
Nicolas non nascondeva che la cosa lo infastidisse. Ogni volta che i due si vedevano non faceva altro che fargli battute su quanto si fosse rammollito e su come ormai fosse pronto a far da balia a dei mocciosi frignanti.
- Questo, no. – rispondeva sempre lui. – Non finché dovrò badare a un moccioso come te.
A quelle parole Nicolas rideva sempre, ma Lucas non aveva mai sentito l’amarezza nella sua risata.  Quel giorno però era andato a trovare Rose per farle una sorpresa dopo essere uscito prima dal lavoro.  Quando lei gli aprì la porta si rese subito conto che c’era qualcosa che non andava. Quando vide Nicolas capì che cosa stava succedendo.
Rose scoppiò subito a piangere chiedendogli scusa per aver baciato Nicolas, per quel breve momento di debolezza. Lucas però era furioso, non con lei, ma con l’amico. Sapeva quanto lo avrebbe ferito eppure non si era trattenuto. Iniziò a prenderlo a pugni, a colpirlo e colpirlo senza tregua. Nicolas non mosse un muscolo per difendersi.
Si alzò da terra e se ne andò chiudendo la porta alle sue spalle. Gli ci sarebbe voluto tempo per dimenticare e perdonare. Sempre ammesso che ci fosse riuscito.



Pubblicato da Unknown alle 10:59 0 commenti  

Una piccola rivincita

sabato 2 marzo 2013



Buonsalve amici! Domandina: chi non vorrebbe prendersi una bella rivincita su un capo particolarmente rompiballe? ^,.,^

Una piccola rivincita
(racconto n.183)

Michael sbuffò poggiando la fronte sul bordo della scrivania. Era esausto. Aveva passato ore davanti allo schermo mandando mail, contattando fornitori e possibili clienti per cercare di vendere loro prodotti scadenti a un prezzo fin troppo alto.
Detestava quel lavoro, ma finché non trovava un’alternativa quella era la sua unica possibilità di mantenere la sua indipendenza. Non sarebbe tornato a casa per nessun motivo al mondo.
Non dai genitori puritani, dalla madre che nascondeva  il suo razzismo dietro un’aria da donna per bene e compassionevole né dal padre che lo metteva in riga a suon di pugni per poi predicare l’amore e il rispetto reciproco.
E lui veniva punito spesso per via del suo dono. I suoi lo credevano posseduto da un demone e questo lo faceva oggetti di punizioni corporali e soprusi di ogni sorta. Non sarebbe tornato indietro per nessun motivo al mondo. Per questo doveva sopportare un lavoro di merda con un capo arrogante e spocchioso che si divertiva a umiliarlo e a privarlo di qualsiasi possibilità di carriera: Jack il viscido. Lo chiamavano così per via del suo modo di flirtare con tutte le dipendenti donne. Non si era mai spinto troppo oltre, ma molti in ufficio pensavano che presto si sarebbe beccato una bella denuncia per molestie sessuali se avesse continuato in quel modo.
- Sveglia moccioso. – gli disse Jack prendendolo alla sprovvista.
Michael sussultò per lo spavento.
- Questo sonnellino ti costerà un’ora di straordinario non pagato, sappilo. – disse lanciandogli occhiate sprezzanti. Quando lui stette per rispondergli male, Jack gli diede uno scappellotto dietro la nuca. – Sei solo un perdente, Smith, un verme che sa solo strisciare e obbedire quindi continua a farlo: striscia e obbedisci altrimenti invece di un’ora in più ti farò dimezzare lo stipendio per almeno sei mesi.
Michael imprecò a bassa voce, furioso. In quel momento un pensiero gli balenò nella mente e un ghigno gli si dipinse sul volto. Aveva appena avuto un’idea molto divertente.  Finse di rimettersi al lavoro poi si mise a osservare Jack muoversi per l’ufficio. Quando si fermò davanti a una delle sue colleghe più giovani, cominciando a flirtare, Michael capì che era il momento di agire. Gli bastò un piccolo gesto delle dita e la sua psicocinesi fece il resto.
La ragazza schiaffeggiò Jack appena i suoi pantaloni e le sue mutande calarono davanti a lei. Michael sghignazzò e si rimise al lavoro mentre attorno a lui scoppiavano risate e commenti indignati.
Doveva tenersi il lavoro, ma questo non voleva dire che non poteva prendersi una piccola rivincita.



Pubblicato da Unknown alle 11:37 2 commenti  

Senza volto

venerdì 1 marzo 2013

Buonsalve! Ho scritto questo racconto pensando a come potesse vivere una donna senza identità né passato, una donna che non ha bisogno di legami e che ama viaggiare più di ogni altra cosa.

Senza volto
(racconto n.182) 

Natalie era una viaggiatrice esperta. Lei non aveva un’identità, né una vera casa. Tutto il suo mondo era una borsa nella quale teneva i suoi pochi vestiti, il suo libro preferito (viaggio al centro della terra) e un peluche a forma di pinguino. Si spostava di continuo, girando per l’America e dormendo nei motel che trovava lungo la strada. Adorava quella vita. Visitare nuovi posti, percorrere strade che non tutti conoscevano e incrociare nuove esistenze delle quali non avrebbe più saputo niente una volta passata alla tappa successiva.
Quel pomeriggio se ne stava appollaiata sul retro di un camion nel quale si era intrufolata per scroccare un passaggio. Aveva già avuto brutte esperienze con dei camionisti che pensavano di potersi prendere troppe libertà per il solo fatto di averle fatto una cortesia.
All’improvviso il velivolo si fermò e lei sgattaiolò giù, ritrovandosi in un distributore al lato di una statale. Inspirò a fondo e si legò i lunghi capelli neri in una coda alta. I suoi occhi scuri brillarono per un attimo di euforia. Il viaggio continuava!
S’incamminò lungo il bordo della strada finché all’improvviso una voce non la chiamò – Ciao bellezza! Ferma!
Un uomo a bordo di una decappottabile nera rallentò e iniziò a seguirla facendo apprezzamenti non proprio piacevoli. Alla fine lei sospirò e decise di accettare le sue avances.
Salì in macchina e lui, accarezzandole di tanto in tanto le cosce, la portò in un motel. Si registrarono, l’uomo pagò e insieme si avviarono verso la camera. Quando furono davanti alla porta però lei gli sorrise e disse – Aspettami qui fuori. Voglio farmi trovare pronta a dovere.
Lui sorrise compiaciuto. – Sbrigati.
Mezz’ora dopo però l’uomo cominciò a spazientirsi. Iniziò a bussare alla porta con sempre più insistenza. – Apri questa cazzo di porta, troia! Sono stufo di aspettare.
In quel momento un omone con una grossa pancia da birra e una canottiera unta aprì la porta. – Si può sapere che vuoi? Stavo dormendo, cazzo!
L’uomo sgranò gli occhi. – Ma… tu chi diavolo sei? La mia ragazza è qui dentro, lei…?
- Ragazza? Di che stai parlando? – rise  l’omone. – Se ci fosse stata una bella figa in questa stanza me ne sarei accorto, fidati.
L’uomo rimase a dir poco di sasso. Quando se ne fu andato l’omone chiuse la porta e rise di gusto. Se ne andò in bagno e quando si trovò davanti allo specchio il suo volto e il suo corpo mutarono tornando ad essere quelli di Natalie. Soddisfatta, la ragazza si buttò al letto.
Si era guadagnata un’altra notte gratis in motel.
Ecco perché le piaceva quella vita perché in fondo le permetteva di essere se stessa: una persona senza un’identità o una casa, una mutaforma, una donna senza un volto. 
  


Pubblicato da Unknown alle 13:34 0 commenti  

Post più recenti Post più vecchi Home page
Iscriviti a: Post (Atom)

Blog Design by Gisele Jaquenod

Work under CC License

Creative Commons License