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365 racconti per 365 giorni

Una sfida con me stessa, un racconto da scrivere ogni giorno per divertire e divertirmi.

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365 Stories from my Head

Gelida vendetta

domenica 9 giugno 2013

Buonsalve! Una gelida vendetta che potrebbe far passare a molti ragazzi la voglia di tradire… spero…
Fortuna per il mio ragazzo che on è un tipo capace di fare brutti scherzi ;)

Gelida vendetta
(racconto n.283)

Freddo... il freddo era l’unica cosa che Max riusciva a percepire. Non poteva credere di essere finito in quella situazione, di trovarsi in quella situazione di merda senza un motivo ben preciso. O meglio un motivo c’era ed era un pazzo sadico e spietato del quale lui non conosceva nulla. Si trovava nell’ascensore del palazzo in cui lavorava, pronto a tornare a casa dopo una nottata di straordinari davvero snervante.  All’improvviso uno strano fumo si diffuse per la cabina e Max iniziò a sentirsi stanco e stranamente debole. Quella fu l’ultima cosa che era in grado di ricordare.  Si svegliò infatti dopo un tempo indefinibile in quella che sembrava essere una cella frigorifera. Subito il freddo lo travolse facendogli perdere la sensibilità alle dita. – Ehi! – urlò. – Che succede? Qualcuno mi aiuti!
Non seppe per quanto tempo rimase lì a muoversi per la stanza nel tentativo di riscaldarsi, ma pian piano tutto il suo corpo iniziò a intorpidirsi. Si avvicinò alla porta  e iniziò a bussare e ad agitarsi sempre più in preda al panico.
All’improvviso un getto di quello che sembrava essere un liquido refrigerante lo investi congelandogli la parte inferiore del corpo.  Urlò terrorizzato rendendosi conto di avere le gambe ghiacciate e che ormai non era più nemmeno in grado di muoversi. All’improvviso la porta si aprì rimanendo leggermente socchiusa. Un attimo dopo, un altro getto lo colpì al torace congelandolo fino alla gola.  In quel momento, una figura incappucciata e vestita con una grossa tuta entrò nella cella. Nella mano stringeva un grosso martello. Max sentì crescere il panico quando l’uomo lo sollevò.
Il rapitore lo colpì alla mano destra che si sbriciolò come un cubetto di ghiaccio sanguinolento.
Max iniziò a urlare e  piangere. Le sue grida si fecero ancora più strazianti quando lui gli frantumò anche l’altra mano. –Basta ti prego… io… io non ti ho fatto niente… ti supplico fermati…
Il rapitore allora si tolse la maschera rivelandosi essere una donna di circa quarant’anni che Max conosceva fin troppo bene.  – Lara ma… tu… tu…
- Hai tradito la donna sbagliata, stronzo.
Quelle furono le ultime parole che Max sentì prima che lei lo colpisse con tutte le sue forze al torace facendo piombare su di lui un abisso di vuoto e di gelo.




Pubblicato da Unknown alle 10:29 0 commenti  

L'inizio di un'avventura

sabato 8 giugno 2013

Buonsalve! Lo so, lo so… un altro racconto sui pirati! Ma non ci posso fare niente: mi piacciono davvero tanto ^,.,^

L'inizio di un'avventura
(racconto n.281)

La sabbia scivolava tra le sue dita, calda e ruvida. Laila la fissava ammaliata, come se ogni singolo granello le raccontasse in qualche modo una storia. Si avvicinò alla riva e lasciò che le onde le lambissero i piedi. Il mare... Lo aveva amato fin da quando era piccola. Era come se in qualche modo la chiamasse, come se stesse aspettando lei per rivelare le incredibili avventure e gli immensi tesori che nascondeva nel suo cuore. Per questo aveva dedicato tutta la sua vita al giorno in chi finalmente avrebbe potuto avere una sua ciurma e salpare. Per questo aveva deciso di recarsi nel porto più frequentato da pirati della zona. Purtroppo però nessuno sembrava volerla ascoltare tantomeno accettare anche solo l’idea di avere una donna sulla propria nave. In quel momento, mentre sentiva la sabbia tra le dita, si chiese come avrebbe potuto convincere la ciurma che adesso rideva di lei ad accettarla. Poi fu come se la sorte fosse improvvisamente girata a suo favore. Mentre si stava per allontanare da loro, infatti, una voce interruppe le risate che si erano scatenate.
- Ehi, bellezza se proprio hai bisogno di avere qualche maschio a disposizione qui c'é qualcuno pronto a soddisfarti....
Laila si voltò e vide un gruppo di banditi che la fissavano leccandosi le labbra. Stava per rispondere loro quando il capitano della nave si fece avanti. - Se fossi in voi non userei certi toni in mia presenza. - disse fulminandoli con uno sguardo di fuoco.
Lei però gli fece cenno con la mano di non muoversi. - Tranquillo. - disse. - So combattere da sola le mie battaglie.
Così dicendo si chinò a raccogliere due conchiglie con una mano mentre con l'altra si sfilava lo spillone che le reggeva i capelli. Si fece avanti, ignorando le frasi volgari del capo dei banditi. Il suo sguardo era gelido, il corpo pronto a scattare. E appena uno di quegli idioti cercò di toccarla, attaccò. Con movimenti fluidi scivolò tra un uomo e l'altro, affondando loro lo spillone nella carne, atterrandoli uno ad uno con rapidità e precisione. Tutti i suoi sensi erano allerta, tutti i suoi muscoli tesi al massimo. In un attimo i banditi si ritrovarono a terra.
Laila allora si voltò e tornò verso i pirati. In quel momento però il capo dei banditi e un altro dei suoi sgherri si alzarono puntandole le pistole alla schiena. Con uno scatto, Laila si girò e lanciò le due conchiglie che aveva raccolto, centrando in pieno la bocca delle pistole dei due che esplosero loro in mano.
- Allora - disse lei tornando a guardare i pirati. - siete proprio sicuri di non volere una donna a bordo?
Il capitano si fece avanti e la squadrò con uno occhiata metà tra il divertito e l'eccitato. - Credo che in questo caso sia possibile fare un'eccezione.

Laila sorrise e il suo sguardo si perse per un attimo nel mare alle spalle dell'uomo. Finalmente la sua avventura stava per cominciare.


Pubblicato da Unknown alle 10:10 0 commenti  

Ritrovare una passione

venerdì 7 giugno 2013

Buonsalve! Un racconto sulla gelosia e sul legame fraterno che a volte però può portare a una gelosia insensata. Spero vi piaccia ^,.,^

Ritrovare una passione
(racconto n.280)

Lili era molto affezionata a suo fratello Jhon. Erano gemelli, uniti da un legame che ben pochi potevano capire. Spesso non avevano bisogno di parlarsi per capire l'uno ciò che pensava l'altra. A volte bastava loro un semplice gioco di sguardi per intendersi. Questo li aveva resi  complici, compagni di scorribande davvero memorabili.
Poi però accadde qualcosa che minò per sempre il loro rapporto e quel qualcosa si chiamava Amelie.
Jhon la conobbe all'università e le chiese di uscire poco dopo aver iniziato a frequentare le lezioni. Lili lo scoprì per caso, un pomeriggio che era uscita con le sue amiche.
All'improvviso una di loro gli indicò una coppia che passeggiava a braccetto dall'altra parte della strada. Ci mise un po' a rendersi conto che il ragazzo della coppia era suo fratello.
Non gli disse niente all'inizio. Sperava che sarebbe stato lui a parlarle di quella ragazza prima o poi, come aveva sempre fatto in passato.
Eppure lui non le disse niente anzi cominciò a essere sempre più distante e assente.
Dopo alcuni mesi Lili non ce la fece più e decise di affrontare il problema direttamente. Aspettò per ore davanti all'università finché non scorse la ragazza con cui aveva visto Jhon. L'avvicinò con tutta la decisione di cui era capace.  - So che stai uscendo con mio fratello. - le disse senza mezzi termini.
Lei la salutò cordialmente, ma Lili non diede segno di apprezzare la sua gentilezza anzi divenne subito piuttosto fredda. - Non mi piace il modo in chi lo stai allontanando. - disse. - Si sta comportando in maniera strana da quando esce con te e non mi piace.
La ragazza non capì, ma quando Lili l'afferrò per il bavero la sua espressione si fece spaventata. - Ti giuro che io non ho mai avuto intenzione...
- Bugiarda! - ringhiò Lili. - Lui é mio fratello é chiaro? Niente ci potrà mai separare nemmeno una sciacquetta come te!
- Adesso basta! Lasciala! - urlò Jhon mettendosi tra le due e spintonando la sorella - Ti rendi conto del modo infantile in cui ti stai comportando? Ti stai rendendo ridicola.
In quel momento Lili si rese conto che quella era una battaglia che non poteva vincere. Se ne andò con le lacrime agli occhi consapevole che il fratello non sarebbe stato dalla sua parte. Passò il resto della giornata chiusa nella stanza a piangere.
Quando quella sera John bussò alla sua porta non seppe fare altro che urlargli contro - Sparisci! Vattene dalla tua ragazza! Non voglio avere più niente a che fare con te.
John entrò comunque e si sedette sul bordo del letto sul quale la ragazza stava piangendo. - Sorellina ti prego non fare così... Non é cambiato niente lo sai.
- Sì invece...- pianse lei. - Ti sei allontanato e continuerai a farlo sempre di più.
John sospirò e le accarezzò i capelli. - Lili é normale cominciare a farsi ognuno una vita propria, ma questo non vuol dire che io ti voglia meno bene. Siamo due di un unico, ricordi?
La ragazza si girò e guardò il volto del fratello così simile al proprio. - E lo saremo sempre vero?
Lui sorrise e fece un cenno di assenso col capo.
Lili allora accennò un sorriso imbarazzato. - Scusa se ho fatto la stronza con la tua ragazza.
- Tranquilla -sghignazzò lui. - non se l'é presa anzi ha detto che su questo siamo molto simili: abbiamo tutti e due un caratteraccio.

Lili scoppiò a ridere. Infondo poteva fare lo sforzo di conoscere meglio quella Amelie. Se riusciva a sopportare suo fratello magari sarebbero anche potute diventare amiche. 


Pubblicato da Unknown alle 10:38 0 commenti  

Due di un uno

giovedì 6 giugno 2013

Buonsalve! Un racconto sulla gelosia e sul legame fraterno che a volte però può portare a una gelosia insensata. Spero vi piaccia ^,.,^

Due di un uno
(racconto n.279)

Lili era molto affezionata a suo fratello Jhon. Erano gemelli, uniti da un legame che ben pochi potevano capire. Spesso non avevano bisogno di parlarsi per capire l'uno ciò che pensava l'altra. A volte bastava loro un semplice gioco di sguardi per intendersi. Questo li aveva resi  complici, compagni di scorribande davvero memorabili.
Poi però accadde qualcosa che minò per sempre il loro rapporto e quel qualcosa si chiamava Amelie.
Jhon la conobbe all'università e le chiese di uscire poco dopo aver iniziato a frequentare le lezioni. Lili lo scoprì per caso, un pomeriggio che era uscita con le sue amiche.
All'improvviso una di loro gli indicò una coppia che passeggiava a braccetto dall'altra parte della strada. Ci mise un po' a rendersi conto che il ragazzo della coppia era suo fratello.
Non gli disse niente all'inizio. Sperava che sarebbe stato lui a parlarle di quella ragazza prima o poi, come aveva sempre fatto in passato.
Eppure lui non le disse niente anzi cominciò a essere sempre più distante e assente.
Dopo alcuni mesi Lili non ce la fece più e decise di affrontare il problema direttamente. Aspettò per ore davanti all'università finché non scorse la ragazza con cui aveva visto Jhon. L'avvicinò con tutta la decisione di cui era capace.  - So che stai uscendo con mio fratello. - le disse senza mezzi termini.
Lei la salutò cordialmente, ma Lili non diede segno di apprezzare la sua gentilezza anzi divenne subito piuttosto fredda. - Non mi piace il modo in chi lo stai allontanando. - disse. - Si sta comportando in maniera strana da quando esce con te e non mi piace.
La ragazza non capì, ma quando Lili l'afferrò per il bavero la sua espressione si fece spaventata. - Ti giuro che io non ho mai avuto intenzione...
- Bugiarda! - ringhiò Lili. - Lui é mio fratello é chiaro? Niente ci potrà mai separare nemmeno una sciacquetta come te!
- Adesso basta! Lasciala! - urlò Jhon mettendosi tra le due e spintonando la sorella - Ti rendi conto del modo infantile in cui ti stai comportando? Ti stai rendendo ridicola.
In quel momento Lili si rese conto che quella era una battaglia che non poteva vincere. Se ne andò con le lacrime agli occhi consapevole che il fratello non sarebbe stato dalla sua parte. Passò il resto della giornata chiusa nella stanza a piangere.
Quando quella sera John bussò alla sua porta non seppe fare altro che urlargli contro - Sparisci! Vattene dalla tua ragazza! Non voglio avere più niente a che fare con te.
John entrò comunque e si sedette sul bordo del letto sul quale la ragazza stava piangendo. - Sorellina ti prego non fare così... Non é cambiato niente lo sai.
- Sì invece...- pianse lei. - Ti sei allontanato e continuerai a farlo sempre di più.
John sospirò e le accarezzò i capelli. - Lili é normale cominciare a farsi ognuno una vita propria, ma questo non vuol dire che io ti voglia meno bene. Siamo due di un unico, ricordi?
La ragazza si girò e guardò il volto del fratello così simile al proprio. - E lo saremo sempre vero?
Lui sorrise e fece un cenno di assenso col capo.
Lili allora accennò un sorriso imbarazzato. - Scusa se ho fatto la stronza con la tua ragazza.
- Tranquilla -sghignazzò lui. - non se l'é presa anzi ha detto che su questo siamo molto simili: abbiamo tutti e due un caratteraccio.

Lili scoppiò a ridere. Infondo poteva fare lo sforzo di conoscere meglio quella Amelie. Se riusciva a sopportare suo fratello magari sarebbero anche potute diventare amiche. 


Pubblicato da Unknown alle 10:17 1 commenti  

Lasciarsi andare

mercoledì 5 giugno 2013


BUonsalve! Un piccolo racconto ispirato alla morte e a quello che potrebbe accadere… dopo…
Buona lettura!

Lasciarsi andare
(racconto n.278)


Simonne guardò la gente che la circondava con aria spaesata e smarrita. C’erano praticamente tutte le persone che conosceva e tutti i suoi parenti, cosa che sinceramente non si aspettava affatto.
C’erano perfino vecchi amici che non vedeva da una vita e ragazze con le quali aveva sempre discusso e che non facevano che trattarla di merda.
Che ipocrite! Se fosse stato per lei avrebbe sbattuto via quelle oche a suon di calci sui loro sederini ossuti.
Purtroppo in quell’occasione non poteva fare altro che osservare e vagare per la sua casa circondata da quella gente falsa che si era radunata per lei.
A quanti di loro importava davvero? Quanti si erano presentati alla sua porta solo per fare presenza o per farsi vedere?
Simonne pensava che fossero davvero in pochi quelli che si trovavano lì per i motivi giusti. Guardò le sue due migliori amiche che se ne stavano in un angolo con l’aria triste, gli occhi gonfi di chi aveva passato la notte in bianco.
Stava per andare da loro quando si rese conto che forse sarebbe stato meglio vedere prima i suoi genitori.
Sua madre se ne stava in un’altra stanza con una vecchia zia. Non faceva che disporre dei salatini su un vassoio, ma il suo sguardo fisso e le mani tremanti facevano intuire chiaramente che non stava affatto bene.
E come avrebbe potuto?
Simonne si sentì tremendamente in colpa. Era riuscita solo a combinare un disastro.
Continuò a vagare per la casa finché non arrivò davanti all’unica stanza in cui non sarebbe mai voluta entrare. Fece un respiro profondo e si costrinse a fare un passo avanti. Doveva entrare. In fondo era stata tutta colpa sua. Lei aveva iniziato a urlare contro la madre mentre erano in macchina, lei l’aveva portata a distrarsi mentre era al volante.  Lei aveva deciso di non mettersi la cintura prima di partire.

Tremante, Simonne avanzò verso la bara al centro della stanza. Si avvicinò, osservando spaventata il proprio cadavere. Allungò una mano per accarezzarsi una guancia e appena lo fece sentì il proprio essere svanire lentamente come se fosse fatto di vapore.  Tutte quelle persone erano lì per lei, per il suo funerale, ma aveva davvero importanza?  No, in fondo non ne aveva per lei… ormai infatti non le restava altro che lasciarsi andare.


Pubblicato da Unknown alle 13:33 1 commenti  

Una brillante carriera

martedì 4 giugno 2013

Buonsalve!  Un racconto sulle occasioni che spesso non arrivano da sole, ma che bisogna crearsi con le proprie risorse. Buona lettura!

Una brillante carriera
(racconto n.277)

Nicolas era un attore ormai con una certa fama e un ottimo curriculum. Fin da piccolo aveva coltivato la passione per la recitazione, fregandosene di quegli idioti che gli dicevano che non sarebbe mai riuscito a fare niente nella vita se avesse continuato a inseguire quel suo stupido sogno.
All’inizio sembrava che le cose sarebbero andate proprio in quel modo. Per anni infatti, Nicolas era stato costretto ad accettare parti misere con paghe da fame in spot pubblicitari o produzioni teatrali di infimo livello. Viveva in una stanza piena di muffa nei pressi di una tangenziale trafficata ed era costretto fare lavori saltuari per poter guadagnare abbastanza da poter mangiare e pagarsi le bollette.
Una giorno però scoprì che da lì a sei giorni ci sarebbe stata una festa alla quale avrebbe partecipato l’élite di Los Angeles.  Decise che avrebbe fatto di tutto pur di parteciparvi. Lui in fondo era sempre stato uno che le occasioni preferiva crearsele.
Riuscì a farsi assumere nello staff del ricevimento come parcheggiatore e iniziò a studiare la sua parte. Doveva essere abile e veloce. Nicolas sapeva che nessuno avrebbe fato caso a lui. Nessuno guarda mai un parcheggiatore nemmeno i suoi stessi colleghi.  Appena iniziò la serata quindi prese le chiavi di una super car di lusso e fece per dirigersi verso il parcheggio. Imboccò invece l’uscita e raggiunse una strada nella quale aveva nascosto una borsa con dentro uno smoking.  Un attimo dopo stava a sua volta consegnando le chiavi a un altro parcheggiatore pero poi avviarsi verso l’ingresso alla festa con elegante sfacciataggine. Per quella sera lui sarebbe stato al centro della scena, un attore che stava facendo faville nell’ambito delle produzioni indipendenti. Aveva preparato tutto nei minimi dettagli ed era pronto a recitare al meglio la sua parte.
A fine serata riuscì a ottenere un provino con uno dei registi più gettonati di Hollywood.
Quando si presentò all’appuntamento però il regista gli rivelò che era a conoscenza del fatto che fosse in realtà un parcheggiatore. Purtroppo era sempre stato un uomo attento ai dettaglio, soprattutto quando si trattava di affidare le chiavi della propria auto a qualcuno. Era infatti sua la macchina con cui Nicolas aveva fatto la sua entrata in scena. La bravura con cui Nicolas aveva finto di trovarsi a suo agio nell’ambiente, recitando la sua parte alla perfezione, però,  avevano spinto l’uomo a dargli un’occasione.
Quell’occasione che Nicolas aveva tanto cercato e che avrebbe sfruttato al meglio per dare inizio a una brillante carriera.


Pubblicato da Unknown alle 14:01 1 commenti  

Un buon soldato

lunedì 3 giugno 2013

Buonsalve! Un racconto che mi è venuto in mente iniziando a vedere ieri il film “Operazione Valchiria”.  Non ho visto tutto il film (ho optato per altro), ma almeno è stato utile ;) Buona lettura!

Un buon soldato
(racconto n.276)

Un soldato deve obbedire sempre e comunque senza fare domande o avere esitazioni. Questa é una regola che s'impara fin dal primo giorno, dal primo momento in cui si mette la propria vita al servizio del tuo paese.
James si era arruolato quando aveva ventidue anni. Era sempre stato un ottimo soldato. La sua prestanza fisica faceva di lui un bravo combattente mentre il suo acume e la sua forza di volontà lo avevano reso anche un eccellente stratega e un valido compagno per gli altri soldati. Si era sempre impegnato al massimo, orgoglioso di ciò che faceva e di ogni missione a chi veniva assegnato e che svolgeva con efficienza e precisione.
Un giorno mentre era in missione all'estero, il suo reparto ricevette l'ordine di stanare un gruppo sovversivo in un piccolo villaggio isolato sulle montagne.
Furono rapidi ed efficienti. In pochi minuti avevano rastrellato il villaggio da cima a fondo e riunito i pochi abitanti nel centro del villaggio.
James osservò il suo comandante interrogare uno a uno uomini, donne e bambini. Non scoprirono niente sul loro obbiettivo. Il comandante era furioso. Voleva a tutti i costi dei risultati e arrivò a dare a tutti gli abitanti dei terroristi sovversivi ordinando un'esecuzione sommaria.
Per la prima volta in vita sua, James ebbe un cedimento. Si trovò a non essere d'accordo con un ordine ricevuto, a sentire il bisogno di opporsi ad esso.
Spazientito, il comandante ripeté l'ordine. James allora si portò con alcuni suoi compagni davanti al primo gruppo di civili, stringendo forte il proprio fucile. Non ci riuscì. Quando arrivò il momento di mirare non riuscì a farlo. Si oppose mettendosi tra i suoi compagni e i civili.
Il comandante allora si fece avanti, stringendo la propria arma.
James non sentì niente. La pallottola gli trapassò il cranio così in fretta che ebbe appena il tempo di avere paura. La sua morte però non fu inutile. Grazie a quel gesto infatti i suoi compagni trovarono la forza di ribellarsi e fermare il comandante impazzito, arrestandolo e riportandolo al comando assieme al cadavere del loro amico.
James aveva combattuto a lungo ed era morto facendo ciò che aveva sempre desiderato: salvare vite seguendo sempre e comunque la propria coscienza.
Perché l'obbedienza può fare di un uomo un buon soldato, ma non sempre essa fa di un soldato un uomo buono.




Pubblicato da Unknown alle 16:54 1 commenti  

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