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365 racconti per 365 giorni

Una sfida con me stessa, un racconto da scrivere ogni giorno per divertire e divertirmi.

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365 Stories from my Head

Il cerchio delle fate

mercoledì 7 agosto 2013

Buonsalve! Volevo scrivere un racconto sulle fate, ma come spesso mi succede la storia ha finito col degenerare. Vabbè… sono un caso disperato. XD

Il cerchio delle fate
(racconto n.341)

Marta faceva una vita piuttosto ordinaria e monotona. Abitava in una piccola cittadina e faceva una vita piuttosto tranquilla, passando le sue giornate divisa tra la scuola e un lavoretto pomeridiano in un bar. Un giorno, mentre tornava a casa dal lavoro, cominciò a sentire uno scampanellio.
La ragazza alzò lo sguardò per cercare l’origine di quel suono, ma non vedendo niente si limitò a scrollare le spalle e ad andare avanti. Sentì lo scampanellio altre tre volte durante quella giornata, ma quasi non ci badò. Il giorno successivo però, lo scampanellio si fece così insistente che Marta venne presa da uno forte attacco d’ansia. Qualcosa dentro di lei le disse che doveva cercare a tutti i costi l’origine di quello scampanellio. Mossa da quello strano istinto, lo seguì attraverso tutto il paese e poi fuori fino a un bosco poco distante dalle ultime abitazioni.
Lì vide qualcosa che la lasciò a bocca aperta: in una radura al centro del bosco, uomini e donne bellissimi con splendide ali di farfalla danzavano in cerchio alla musica di campanellini  che ognuno di loro teneva legati al polso. Marta rimase ammaliata dalla loro bellezza, dalla luce che i loro corpi emanavano  velando ogni cosa di una calda magia. Li osservò con timore reverenziale finché all’improvviso una di quelle creature si avvicinò a lei. Era una donna dai lunghi capelli scuri e gli occhi di un argento che sembrava liquido. –Sei arrivata finalmente. – le disse con una voce che sembrava vibrare di mille tonalità diverse.
Marta la guardò perplessa, chiedendosi dove avesse già visto quella donna. – Io… mi stavi aspettando?
- Sì. – sorrise lei. – Ti aspettavo da tanto, tanto tempo.
Così dicendo, la fata le porse il campanellino che portava al polso. – Questo è per te… se vorrai unirti a noi.
Marta ebbe solo un attimo di esitazione. Quelle creature erano così belle e andavano ben al di là della sua normale, banale esistenza… come poteva non desiderare di essere una di loro?
Con il cuore in gola per l’emozione, prese il braccialetto e se lo mise al polso. Grosse ali le spuntarono dietro la schiena, ali membranose come quelle dei pipistrelli. Sconvolta, Marta guardò il cerchio di fate che si era trasformato in un’orgia di creature demoniache e perverse nella quale quelle che sembravano essere le più giovani venivano seviziate e torturate in maniera atroce.
Sconvolta, guardò la fata che le aveva dato il braccialetto. Era diventata una donna normalissima, una persona che lei aveva già visto su un manifesto che la segnalava come persona scomparsa.
- Quando ci prendono, ogni stagione abbiamo una sola occasione per portare qualcuno a noi e fargli prendere il nostro posto. – disse semplicemente la donna. – Grazie a te potrò finalmente tornare dalla mia famiglia.

Marta non poté dirle niente perché la donna le diede subito le spalle e si allontanò verso l’uscita del bosco.  Un attimo dopo si sentì afferrare da decine di mani avide e bramose di trascinarla nel dolore della loro brama di piacere per dare inizio al suo interminabile incubo.


Pubblicato da Unknown alle 11:19 1 commenti  

Morte amica

martedì 6 agosto 2013

Buonsalve! Questo racconto doveva parlare di spiriti e fantasmi, ma ha preso una piega davvero inaspettata. Spero vi piaccia! ^,.,^

Morte amica
(racconto n.340)

Pamela si era ammalata quando aveva solo quindici anni e col tempo la sua salute si era aggravata a tal punto da costringerla a passare molto tempo in ospedale. Ogni volta che doveva passare giorni o anche settimane in un letto d’ospedale, troppo stanca e debole per fare qualsiasi cosa, ogni volta che la sua famiglia se ne andava alla fine dell’orario di visita, una signora  si sedeva accanto a lei per chiacchierare o a raccontarle delle storie. Le faceva sempre molta compagnia e le sue storie erano davvero belle e toccanti. Non c’era niente di fantastico, niente magia o mostri spaventosi né mondi immaginari dove tutto era possibile. Le sue erano storie umane, bellissime proprio perché reali, emozionanti proprio perché toccavano l’animo  parlando di sentimenti ed emozioni vere.
Col tempo, Pamela si era affezionata a quella signora e aveva iniziato a raccontarle molto di sé, della sua vita e delle innumerevoli paure legate alla sua malattia.
Divenne una confidente con la quale passava piacevolmente molto tempo.
Un giorno però lei non venne e Pamela decise di chiedere informazioni. Visto che veniva sempre fuori dall’orario di visite doveva lavorare all’interno dell’ospedale o comunque essere una volontaria conosciuta dalle infermiere. Nessuno però seppe dirle niente di lei cosa che la lasciò piuttosto perplessa. Quando poi raccontò alle infermiere le storie che la donna le raccontava, queste sbiancarono e si lanciarono sguardi spaventati: erano tutte storie di persone morte in quel piano dell’edificio.
Pamela rimase per un bel po’ a rimuginare su quelle storie e quella donna così gentile e affabile. Le ci volle un po’ per capire e accettare chi fosse.
Una settimana dopo, la donna tornò a trovarla. Era molto seria e la guardava con sguardo impassibile. – È ora. – disse solamente.
Pamela deglutì e fece un cenno di assenso col capo. Sapeva che prima o poi sarebbe arrivata. Con la sua malattia era inevitabile. – Grazie per essere stata gentile con me.
Lei sorrise con gentilezza. – Non sono spietata come tutti pensano soprattutto con chi passa molto tempo a un passo da me.
Così dicendo, la donna le mise una mano sugli occhi e Pamela si accasciò sul letto come se si fosse improvvisamente addormentata. La sua anima abbandonò così il corpo per essere accolta e custodita dalle mani amiche della Morte.

  

Pubblicato da Unknown alle 12:48 1 commenti  

Creatività

lunedì 5 agosto 2013

Buonsalve! Questo racconto è dedicato alla creatività, una parte fondamentale della mia vita della quale non potrei mai fare a meno. Buona lettura!

Creatività
(racconto n.339)

Per Adam la creatività era tutto. Lui adorava creare storie, raccontare di mondi immaginari o di vite del mondo reale, di divertenti avventure o commoventi emozioni.
Spesso si divertiva anche a disegnare i racconti che immaginava, creando illustrazioni di una bellezza davvero unica. Nel mondo in cui viveva però la creatività non era ammessa. Nella sua realtà non c’era spazio per le storie e per le emozioni che esse sapevano dare.
Il suo mondo era una terra fatta di metallo e di regole. Tutti nascevano con un ruolo e ad esso erano destinati per tutta la vita. Lui era stato destinata allo smaltimento dei rifiuti.
Il suo compito era quello di svegliarsi ogni mattina, alimentarsi e recarsi fuori dalla Città, nell’immensa discarica che ormai avvolgeva  l’intero pianeta, al di là delle abitazioni dell’unico centro urbano ancora esistente. Lì,  aveva il compito di smantellare ogni tipo di rifiuto chimo o meccanico e di inviarlo nelle apposite aree della discarica. Un giorno però tra i rottami e i detriti, trovò qualcosa che non avrebbe mai immaginato, un oggetto del quale si parlava solo nei database più vecchi e obsoleti: un libro.
All’inizio lo guardò con  diffidenza, ma all’improvviso gli cadde dalle mani e si aprì su una bellissima illustrazione di una ragazzina con l’aria imbronciata, seduta a un tavolo con uno strano uomo con un copricapo enorme e un essere con delle lunghe orecchie e lo sguardo inquietante. Quell’immagine lo colpì così tanto che si mise a sfogliare il libro con acceso interesse. Le parole appartenevano a una lingua arcana, ma lui aveva già avuto modo di entrare in contatto con essa e questo gli permise di leggerlo e in qualche modo capirlo. C’erano molte cose nel libro che nel suo mondo non esistevano più, creature estinte e dimenticare nel tempo. Dovette fare molte ricerche per riuscire a capire come fossero fatte. La scoperta di quel libro fece nascere qualcosa in lui, qualcosa di nuovo e inaspettato: la creatività. Da allora non rinunciò mai ad essa né alla sua nuova passione crescente per le storie. Nessuno avrebbe mai dovuto sapere perché nessuno avrebbe potuto capire.

In una realtà plasmata nel metallo, la fantasia non era per messa. Non in un mondo di macchine dal cervello artificiale nel quale solo una volta ogni milione di anni appariva qualcuno in grado di fare qualcosa di totalmente inaspettato: sviluppare una creatività umana. 


Pubblicato da Unknown alle 12:33 1 commenti  

La collezione

domenica 4 agosto 2013

Buonsalve! Questo racconto mi è stato ispirato dalla foto di un cosplay davvero ben riuscito del Jocker (quello nella foto per intenderci), postato tempo fa su facebook da un mio amico.  Buona lettura!

La collezione
(racconto n.338)

Jack non aveva molti interessi nella vita. Non amava lo sport, che trovava insulso e ripetitivo, né la lettura o il cinema, che trovava passatempi noiosi per chi non riusciva a farsi una vita propria. C’era solo una cosa che adorava davvero: le maschere.
Jack infatti era un creatore di maschere. Ne aveva realizzate di ogni tipo: da quelle eleganti e raffinate per i balli di gala a quelle più spaventose per le feste di Halloween.
Ma le maschere che più amava erano quelle della sua collezione speciale. Periodicamente infatti andava in cerca delle materie prime per realizzarle, materie  selezionate sempre con molta cura e attenzione per ottenere le maschere migliori mai realizzate.
La prima volta che ne aveva realizzata una fu quando conobbe Susan.  Si erano conosciuti a una cena organizzata da quei pochi amici che riusciva a sopportare. Lei lo aveva colpito subito per il suo viso dai lineamenti delicati e la pelle liscia e perfetta che gli faceva provare l’irrefrenabile desiderio di toccarla. La ragazza aveva attaccato subito bottone, mostrando un carattere allegro e solare e dimostrando  anche un certo interesse nei suoi confronti. Tutti rimasero sorpresi quando Jack le chiese il numero di telefono. Lo fece  in maniera istintiva, uno slancio del quale lui stesso si stupì. Trovo infatti il coraggio di chiamarla solo un mese dopo, in seguito a un lungo periodo in cui lui non fece che pensare alla bellezza e alla pelle di Susan.  Fu la sera in cui uscirono che accadde. La stava riaccompagnando a casa, camminando accanto a lei per un tratto isolato di strada quando lei si voltò verso di lui e lo baciò. Non sapeva bene come, né ricordava perché quella sera si fosse messo il  coltellino da lavoro in tasca. Fatto sta che l’impulso lo travolse in un attimo.
 Afferrò la ragazza per la gola e la spinse contro il muro picchiandole la nuca così forte da farle perdere i sensi. Rimase per un attimo a fissarla con occhi sgranata e la bava alla bocca. In quel momento, Jack capì cos’è che l’aveva attirato verso di lei: il suo viso era una materia prima perfetta.
Lentamente iniziò a incidere facendo ben attenzione a non rovinare la pelle.

Il volto di Susan divenne la prima maschera della sua collezione privata che col tempo si ampliò di numerosi esemplari. Ogni tanto indossava quelle maschere e allora poteva percepire l’essenza di coloro a cui un tempo erano appartenute. Ogni volta veniva travolto da una forza straordinaria come se la sua anima si nutrisse della loro bellezza e perfezione, come se quei volti fossero stati creati per portare la sua arte all’apice della perfezione. 


Pubblicato da Unknown alle 10:23 0 commenti  

Gelosia violenta

sabato 3 agosto 2013

Buonsalve! Questo è un racconto sulla gelosia e la rabbia che spesso ci portano a compiere azioni orribili, azioni che spesso finiscono in tragedia.

Gelosia violenta
(racconto n.337)

Non è facile fare i conti con la propria rabbia, soprattutto quando questa ci fa fare cose delle quali finiamo inevitabilmente per pentirci, qualcosa di così orribile che lo reprimiamo nel profondo del nostro essere e lo dimentichiamo per non essere costretti ad affrontarlo.
Mike non ricordava la colpa per la quale sua moglie si era allontanata da lui.  All’inizio era solo una leggera indifferenza poi però lei aveva finito con l’allontanarsi sempre di più arrivando a rivolgergli a malapena la parola. Lui aveva provato tanto a riavvicinarsi, ma lei ogni volta si tirava indietro e lo guardava con occhi spaventati anzi terrorizzati.
Col tempo cominciò sentirsi sempre più nervoso e teso per quella situazione, tanto che alla fine decise di affrontarla.  Mentre la moglie stava facendo la lavatrice, entrò in lavanderia e si chiuse la porta alle spalle. Appena se ne rese conto, la donna sgranò gli occhi e si mise a tremare.
Lui le chiese cose le fosse successo, perché avesse deciso senza alcun motivo di distruggere il loro matrimonio. Poi però lei gli urlò contro domandandogli come avesse potuto chiederglielo dopo ciò che aveva fatto.
L’uomo rimase interdetto. Non aveva idea di che cosa stesse parlando. Poi lei, piangendo, gli disse solo un nome: Nicolas.
Quel nome fece scattare un ricordo, qualcosa che aveva seppellito nel profondo del suo essere. Ciò che ricordò era un vicolo buio e tanta gelosia nei confronti di quell’uomo che, pensava senza avere però alcuna prova, si era portato a letto sua moglie. Ricordò una rabbia cieca e poi le botte, i colpi inferti con così tanta forza da mandarlo in coma. Quando lo trovarono si pensò a una rapina, ma sua moglie intuì subito chi fosse il vero responsabile. Sapeva della gelosia del marito, gelosia che per quanto ingiustificata fosse finiva sempre col dominarlo. Mike invece era rimasto talmente shockato  da ciò che aveva fatto che rimosse ogni cosa. In quel momento  venne travolto da un senso di colpa tale che rimase per un attimo paralizzato dall’orrore. Con il ricordo però riemerse anche la rabbia per il presunto tradimento della moglie. Senza dire una parola, uscì dalla stanza e andò nel suo studio.
Piangendo, la donna cercò di raggiungere l’uscita, ma lui non gliene diede il tempo. Un colpo di pistola e lei cadde a terra, riversa nel sangue. L’uomo la fissò ancora traboccante di rabbia. Il tempo di portarsi la pistola alla tempia e quella rabbia svanì assieme alla sua vita.




Pubblicato da Unknown alle 17:14 1 commenti  

Il raccolto

venerdì 2 agosto 2013

Buonsalve! Questo racconto mi è stato ispirato da un dipinto che ho visto nello studio della mia commercialista. Purtroppo non ho un’immagine del dipinto quindi ne ho cercata una che me lo ricordasse vagamente. Buona lettura!

Il raccolto
(racconto n.336)


Nella valle, l’oscurità era rischiarata solo dalla luce della luna. All’improvviso si accesero cinque torce e il suono di numerosi tamburi si diffuse  nell’aria, lento e cadenzato.
Dalle tenebre emersero un uomo e una donna poi altri due e altri due ancora. Il ritmo della musica si fece più rapido e intenso come il battito di mille cuori che pulsavano contemporaneamente.
All’improvviso gli uomini e le donne iniziarono a ballare a quella musica. Un altro gruppo di persone emerse dal buio, uno di loro aveva con sé un grosso pentolone con all’interno delle piccole sfere di vetro che emettevano un tenue bagliore.
L’uomo lo depose a terra e tutti iniziarono a danzare attorno ad esso, frenetici e rapiti dal suono dei tamburi. In poco tempo i vestiti caddero e i corpi si unirono, strusciandosi l’uno con l’altro, accarezzandosi in maniera lenta e sensuale.
Emael si ritrovò lì per caso, le sue ali di angelo ripiegate a coprire il corpo nudo, lo sguardo rapito da quella scena che aveva qualcosa di meravigliosamente selvaggio ed eccitante.
Una donna  emerse dall’ombra e gli porse della frutta. Lui all’inizio esitò, ma appena incrociò lo sguardo di lei afferrò un frutto e lo morse avidamente. Poco dopo, l’angelo si ritrovò a danzare assieme a quegli uomini e a quelle donne.
 All’improvviso sentì il suo corpo sciogliersi come se ogni parte di lui stesse diventando liquida. I suoi occhi si mossero e vide i corpi attorno a lui liquefarsi lentamente e fondersi gli uni con gli altri. La musica dei tamburi si fece ancora più forte e la mente dell’angelo tornò a perdersi in essa.
Danzò finché non perse completamente coscienza di sé ed egli divenne solo liquido sul terreno. La musica si fece ancora più forte e il liquido iniziò ad agitarsi e si plasmò fino a formare numerose, piccole sfere di vetro che sembravano brillare di una tenue luce.
In quel momento, un’ombra emerse dalle tenebre, più nera della notte stessa. Un ghigno bianco si dipinse su di essa , mentre avanzava verso le sfere di vetro. Si chinò, ne raccolse una e se la mise in bocca, provando un’enorme soddisfazione nel sentire l’anima rinchiusa in essa urlare.

L’ombra era soddisfatta. Anche questa volta aveva fatto un buon raccolto.


Pubblicato da Unknown alle 14:24 1 commenti  

Una goccia di pioggia

giovedì 1 agosto 2013

 Buonsalve! Un racconto che parla di un viaggio, dall’abbandono di una casa al suo ritorno. Spesso siamo tanto desiderosi di partire, ma quante volte, durante il viaggio, ci siamo ritrovati a desiderare di tornare?

Una goccia di pioggia
(racconto n.335)

C'era una volta una piccola goccia di pioggia che viveva con le sue sorelle su una nuvola. Dall'alto aveva visto gran parte del mondo con l'ammirazione di chi osservava qualcosa che pensava irraggiungibile. La goccia viveva felice con le sue sorelle, ma col tempo iniziò a provare uno strano, irrefrenabile desiderio: il desiderio di scendere dalla sua casa per raggiungere il mondo.
Poi ci fu la caduta. All’improvviso la nuvola si fece nera e si espanse. Un’enorme pressione la trascinò giù e la goccia precipitò assieme a molte delle sue sorelle.
Spaventata, vide la terra venirgli incontro a una velocità spaventosa. Improvvisamente si ritrovò sulla strada, in una pozza piena di miliardi di altre gocce. Lì poté vedere per la prima volta il mondo dal basso. Scorse le case, imponenti e maestose, gli alberi bellissimi e pieni di vita… tutto sembrava davvero incredibile visto da laggiù.
All’improvviso però le gocce attorno a lei divennero così tante che iniziarono tutte a scivolare lungo la strada, all’inizio piano poi sempre più veloce finché ogni cosa non divenne che un vortice confuso e terrificante.
La gocciolina urlò e chiuse gli occhi finché non si sentì precipitare di nuovo. Quando tornò a guardare, vide che si trovava in una grossa galleria semibuia e che continuava a scorrere assieme a decine e decine di sue simili. Fu un viaggio lungo nel freddo e nel buio in cui la goccia ebbe molte volte modo di rimpiangere la sua nuvola tranquilla su nel cielo e le sue amate sorelle.
Le altre gocce attorno a lei infatti puzzavano e sembravano essere molto aggressive e diffidenti. Poi, quando lei ormai aveva perso ogni speranza, la goccia si ritrovò alla luce del sole. Fu felice quando si ritrovò in un fiume e quando poté godere di nuovo dell’aria fresca.
Alla fine ci fu il miracolo: il sole si fece all’improvviso molto caldo e lei si sentì trascinare vero l’alto. La pressione divenne insostenibile e la goccia, stanca di avventure e viaggi, si lasciò andare chiedendosi cosa potesse accaderle ancora di imprevisto.
Chiuse gli occhi e quando li riaprì non poté fare a meno di spalancare la bocca per la meraviglia. Si trovava infatti di nuovo su una nuvola bellissima assieme a molte altre gocce. La goccia sorrise sentendosi davvero felice: in un modo o nell’altro era riuscita a tornare a casa.




Pubblicato da Unknown alle 14:22 1 commenti  

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