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365 racconti per 365 giorni

Una sfida con me stessa, un racconto da scrivere ogni giorno per divertire e divertirmi.

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365 Stories from my Head

La lista

giovedì 28 febbraio 2013

BUonsalve! Questo racconto è ispirato alla storia vera di un poliziotto la cui moglie ha trovato sul suo computer una lista di 100 donne (tra cui lei) che l’uomo  aveva intenzione di torturare, cucinare e mangiare. (La foto inserita è presa da questo articolo: http://www.corriere.it/cronache/13_febbraio_26/poliziotto-cannibale-voleva-cucinare-100-donne_0734c06c-8042-11e2-b0f8-b0cda815bb62.shtml?fr=box_primopiano) Per la serie: la realtà a volte supera di gran lunga qualsiasi film horror.

La lista
(racconto n.181)

Tutto è nato come una semplice fantasia. Un’idea che si fece strada nella mia mente come un tarlo, un’idea eccitante e perversa che in un primo momento mi terrorizzò, ma che col tempo si fece sempre più allettante e accattivante. Ero in grado di farlo? Potevo davvero progettare una cosa del genere? Sì potevo. Trovare i nomi, seguire i loro spostamenti, individuare il momento esatto per agire… Un lavoro del genere non sarebbe stato difficile per me.  All’inizio lo feci solo per il gusto di vedere come avrei potuto trovare e rapire tutte quelle donne per poi nutrirmi di loro, cucinarle e mangiarle senza che potessero in alcun modo risalire a me.
Fu divertente, una piacevole ricerca che mi occupò per intere notti in cui uscivo di nascosto o mi mettevo al computer stando ben attento a non farmi scoprire da mia moglie. Lei non avrebbe dovuto sapere niente fino a che non fosse arrivato il suo momento. Lei sarebbe stata nell’elenco delle mie vittime ideali.
Mi ci vollero mesi, ma alla fine riuscii ad avere la mia lista.
Nel file in cui avevo concentrato tutte le mie ricerche c’era un elenco di cento donne che avrei potuto torturare e mangiare senza alcun problema né alcuna conseguenza.
Per giorni quella lista continuò a tormentarmi. Era diventata una vera e propria tortura. Ma perché non potevo farlo? Che cosa me lo impediva?
Ero un poliziotto, avevo visto quanto violento e oscuro potesse essere l’animo umano.  Se tutti i criminali in cui mi ero imbattuto potevano farlo e magari uscirne impuniti perché non io?
Perché non potevo soddisfare quell’istinto che sentivo bruciarmi dentro e consumarmi come un cancro?
Fu una settimana straziante e angosciante. La morale che mi avevano inculcato fin da bambino si opponeva alla consapevolezza che non c’era morale nel mondo se non quella che ognuno imponeva a se stesso.
Alla fine però fu come risvegliarsi da un incubo. Potevo farlo perché ne avevo i mezzi e le capacità.
Potevo farlo perché volevo. Mi sarei nutrito di quelle donne e ne sarei uscito illeso.
Quella mattina guardai mia moglie con una meravigliosa sensazione di pace. Mi leccai le labbra nel vederla preparare la colazione.
Lei all’improvviso si voltò e mi sorrise imbarazzata. – Come c’è amore? – chiese.
Mi alzai e le diedi un piccolo bacio sulle labbra. – Niente. Ti amo, tesoro.




Pubblicato da Unknown alle 12:51 1 commenti  

Il falso angelo

mercoledì 27 febbraio 2013

Buonsalve! Il racconto di oggi è nato pensando alla pazzia a come si può manifestare e  a come arriva a creare illusioni nella mente di una persona… sempre che di illusioni si tratti… Insomma l’angelo di Laura è vero o è solo il frutto della sua fragile mente? A voi la scelta.

Il falso angelo
(racconto n.180)

La vita a volte sa essere una vera merda. Laura aveva avuto molte occasioni per rendersi conto di quanto le cose possono essere difficili e imprevedibili, quanto non sempre le cose vanno nel modo in cui tutti definiscono “normale”. Fin da bambina aveva dovuto affrontare una madre violenta che le rinfacciava di essere la causa dell'abbandono dell'uomo che amava, che la picchiava e la umiliava lasciandola spesso senza cibo né cure. Nonostante le botte e la paura, Laura non si era mai sentita colpevole. Non era colpa sua altrimenti il suo angelo non sarebbe rimasto con lei. Aliel, così si chiamava, era il suo più caro amico da quando aveva sei anni.
Ogni notte lui la rassicurava e l'incoraggiava dicendole che presto sarebbero potuti volare via insieme, abbandonando quella casa e quella vita.
Gli anni passarono, ma Aliel continuò a restarle accanto sebbene non l'aiutasse in alcun modo se non con la sua presenza rassicurante. Il giorno del suo diciassettesimo compleanno però, lui la svegliò nel cuore della notte. - É il momento. - le disse.
Laura si alzò e si trascinò fino alla cucina. Lì, lui le mise in mano un coltello e la guidò fino alla stanza della madre.
L'angelo le prese la mano e le trasmise la propria forza. Laura colpì e colpì, affondando la lama più e più volte guidata da Aliel che rideva soddisfatto alle sue spalle.
In un attimo si ritrovò zuppa di sangue a fissare il cadavere straziato della donna che le aveva rovinato la vita.
- Ora dobbiamo andare. - disse l'angelo accarezzandole i capelli. - Finalmente possiamo volare insieme.
La condusse così fino alla terrazza continuando a ripeterle parole rassicuranti. In quel momento Lara si sentì serena come non lo era mai stata. Era libera. Finalmente era libera.
Arrivò al cornicione della terrazza e guardò verso il basso.
Per un attimo un capogiro la fece esitare. - Io...
- Andiamo piccola mia. - le sussurrò lui all'orecchio. - É il momento di volare.
E così, Laura volò. Si voltò verso l'angelo e spalancò le braccia per poi lasciarsi andare con un sorriso.  L'ultima cosa che vide fu l'immagine di Aliel svanire con un ghigno poi si schiantò al suolo, riversa in una morte di sangue e asfalto.


Pubblicato da Unknown alle 11:49 0 commenti  

Il Club

martedì 26 febbraio 2013

Buonsalve! Ho scritto questo racconto perché adoro le spade e mi piacerebbe tanto imparare a maneggiarle. Buona lettura!

 Il Club
(racconto n. 179)

Nadia strinse il pugno attorno all'elsa della propria spada, sentendola vibrare come un'estensione del suo stesso corpo.
Amava duellare, combattere e sentire che la sua vita dipendeva tutto dal filo di quell'arma. Da quando era entrata nel Club era lei la sua migliore amica.
Era entrata in quel circolo riservato per puro caso, grazie a un incontro che forse non era stato solo fortuito. Aveva sempre amato la scherma e la praticava ormai da diversi anni quando conobbe Lionel.
Un pomeriggio, mentre si stava allenando, lo vide entrare in palestra, silenzioso e con lo sguardo imperturbabile. Lei lo degnò appena di uno sguardo poi tornò a concentrarsi sull’allenamento. Niente poteva distrarla e privarla del brivido che le trasmetteva il duello. Quando ebbe finito lui si avvicinò e si  presentò. All'inizio fu titubante, ma l’uomo riuscì a catturare la sua attenzione quando le chiese se voleva portare la sia abilità a un livello superiore. Nadia avrebbe fatto di tutto per riuscire a migliorare ancora per questo decise di ascoltarlo e di sfruttar ei suoi insegnamenti. All'inizio Lionel la sottopose a un intenso allenamento con spade più pesanti del fioretto, aiutandola a sviluppare la sua forza e il suo equilibrio.
Ci vollero mesi, ma alla fine il suo maestro la ritenne pronta.
La ragazza lo incontrò una sera nella palestra in cui erano soliti trovarsi per combattere. Lui si fece trovare con quella che sembrava essere una spada avvolta da un drappo di seta. In un primo momento Nadia pensò fosse una normale arma di allenamento, ma quando la sfoderò capii che era molto di più. Era antica, con l’elsa in argento e perfettamente affilata. - Vuoi che combatti con questa?
- Te la senti?
La giovane sorrise sentendo un'eccitazione mai provata prima. - Assolutamente.
Quella sera stessa venne introdotta nel Club, un magazzino in disuso in cui periodicamente gli spadaccini più abili del paese si affrontavano in combattimenti clandestini. Il giro di scommesse era alto e anche il rischio. Ogni incontro infatti terminava solo quando uno dei due si arrendeva o non era più in grado di duellare e questo voleva dire rischiare di subire ferite anche molto gravi. Per anni Nadia combatté nel club e col tempo mi si guadagnò un posto d'onore tra i duellanti.
Perché la sua spada era parte di lei e durante uno scontro non si era mai arresa a costo di versare sangue e sudore.  


Pubblicato da Unknown alle 16:42 0 commenti  

Visioni di morte

lunedì 25 febbraio 2013


Buonsalve! Un racconto nato… boh… non so nemmeno bene da dove mi sia venuta l’idea. M sa che ci dovrò meditare un po’ su… O,.,O

Visioni di morte
(racconto n.178)

Dana aveva passato tutta la propria esistenza nascondendosi. Lei aveva sempre avuto paura del suo dono, di una capacità della quale era sempre stata terrorizzata: la capacita di prevedere la morte delle persone destinate a perire in maniera violenta e improvvisa. La prima volta che il suo dono si manifestò fu con sua madre. Aveva solo sei anni. Ricordava ancora bene quel giorno, il momento in cui vide l'ombra della morte alle sue spalle e sentì una voce che le diceva solo "DOMANI".
Il giorno dopo sua madre fu vittima accidentale di un violento scontro a fuoco.
Per anni aveva creduto che fosse stata colpa sua, che in qualche modo le avesse provocato quella disgrazia. Capì cos'é che aveva visto davvero quel giorno solo quando, anni dopo, rivisse la sessa esperienza con alcuni suoi amici che morirono in un incidente stradale esattamente un giorno dopo che le aveva visto l’Ombra alle sua spalle. Da allora cercò di ignorare quel dono voltandosi da un'altra parte ogni volta che vedeva l'ombra nera stagliarsi dietro chi incrociava per strada. Non voleva avere niente a che fare con la morte e non voleva sentirsi colpevole di quelle morti inutili. Ciò che desiderava era solo una vita normale. Un giorno però mentre passava una tranquilla giornata con Tony, il suo ragazzo, vide l'Ombra stagliarsi alle sue spalle, cupa e minacciosa. Deglutì sentendo un brivido lungo la schiena. Se non avesse fatto qualcosa il giorno dopo lui sarebbe morto.
Non poteva permetterlo. Non avrebbe sopportato l'idea di perdere anche lui.
Decise di passare la giornata con lui e di seguirlo nei momenti in cui non potevano stare insieme. Fu mentre lui stava tornando a casa che accadde. Vicino a un palazzo con una facciata in fase di restauro, Dana vide l'Ombra dietro di lui farsi più grande. Era lì che lui sarebbe morto.
Si avvicinò di corsa, sentendosi prendere dal panico. Doveva fare in tempo. Doveva raggiungerlo.
- Tony! - urlò afferrandolo per un braccio.
Lui si voltò, guardandolo con aria perplessa. – Amore, ma cosa....?
In quel momento dei calcinacci caddero dalla facciata in restauro finendo a un passo da lui. Se lei non lo avesse fermato... Se non si fosse trovata lì lo avrebbero di certo colpito e….
Tony deglutì sgranando  gli occhi nel rendersi conto del pericolo appena scampato.
In quel momento Dana vide l'ombra svanire e la voce dentro di lei sussurrò " NON ANCORA". Ce l'aveva fatta. Lo aveva salvato.
La ragazza in quel momento provò un sollievo incredibile. Forse quel dono non era solo una specie di tortura. Forse poteva davvero aiutare qualcuno.
Forse, Tony non era il solo che avrebbe potuto salvare.


Pubblicato da Unknown alle 16:17 0 commenti  

Un lavoro di coltello

domenica 24 febbraio 2013

Buonsalve! Ho pensato a questo racconto perché oggi ho deciso di riguardarmi i primi due film del Padrino in vista di una recensione che dovrò scrivere sul romanzo "la famiglia Corleone". Buona lettura!

Un lavoro di coltello
(racconto n. 177)

Uccidere é più facile di quanto sembri. Tutto sta nel superare quel breve momento di esitazione in ci dubbi e paure si condensano facendoti tremare le mani ed esitare. Quando hai capito che non c'é niente in grado di impedirti di agire, ecco che tutto diventa più rapido, come se il tempo accelerasse lasciandoti da solo con la tua vittima e la tua arma.
Il mio mestiere però é molto diverso. É un lavoro minuzioso che richiede calma e precisione. Non importa quanto tempo ci vorrà, non importa quanto le tue mani si sporcheranno. Torturare un uomo é un arte che richiede un'estrema cura dei dettagli. Ricordo ancora la prima volta che ho torturato un uomo. Era un ragazzo che doveva avere poco più di vent'anni, il figlio di una banda rivale. I miei capi volevano che lo convincessi a rivelare dove sarebbe avvenuta un'importante riunione dei boss rivali. All'inizio provai a farlo parlare limitandomi a colpirlo con schiaffi e pugni.
Lui però rimase immobile, ignorando il dolore per i colpi subiti. Dopo un po' capii che dovevo fare di più. Sapevo che se lui non avesse parlato sarei stato io a pagare. Per questo decisi di ricorrere al coltello.
Incisi e tagliai strappando pelle e carne mentre lui cercava disperatamente di non urlare. Allora però ero inesperto e tagliavo con troppa veemenza e troppa profondità. In pochi minuti ero zuppo del sangue del ragazzo. Un'ora dopo lui ormai era al limite e mi supplicò di ucciderlo. Gli promisi che lo avrei fatto solo se mi avesse detto ciò che volevo. Stremato, mi disse tutto e in cambio io gli tagliai la gola.
Le notte successive furono un vero incubo. Ogni volta che chiudevo gli occhi rivedevo l'agonia del ragazzo e il sangue che mi arrivava fino ai gomiti.
Col tempo diventai più abile nel mio lavoro. Oggi potrei far soffrire un uomo per ore versando appena poche gocce di sangue.
Gli incubi però non sono mai svaniti, ma infondo sono solo inconvenienti del mestiere con i quali, col passare del tempo, s'impara a convivere. 

Pubblicato da Unknown alle 13:32 0 commenti  

Occhi di fuoco

sabato 23 febbraio 2013

Buonsalve! Questo racconto è nato perché a volte mi capita di guardarmi allo specchio e di pensare a quante cose sono cambiate nel corso degli anni, di come la vita si sia fatta più dura e complicata. A volte mi manca la persona spensierata che ero un tempo però devo ammettere che, nonostante tutto, sono contenta del percorso fatto fino ad ora.

Occhi di fuoco
(racconto n.176)

Lana era la ragazza più bella del suo liceo. Affascinante e con un fisico da modella, ogni volta che camminava per i corridoi attirava sguardi ammirati su di sè.
Ciò che colpiva di più di lei però era lo sguardo. Aveva degli occhi intensi e penetranti  che sembravano di fuoco. Erano di un castano intenso con pagliuzze dorate che conferivano loro un'aria felina
.Era col sul sguardo che aveva catturato Ethan. Stava camminando per strada e lui gli veniva incontro dalla parte opposta, bello e sicuro di sé.
Aveva alzato gli occhi verso di lui e incrociato il suo sguardo. Lui si voltò verso nella sua direzione nel momento in cui lei gli passò accanto e gli sorrise con gli occhi. Fu un vero colpo di fulmine. Ethan le rivolse la parola con una sicurezza che la colpì immediatamente e da allora furono inseparabili.
Il tempo passò e le cose purtroppo cambiarono.  Ethan e Lana si sposarono ed ebbero un figlio, ma gli anni non furono clementi con la ragazza più bella della scuola. Imprigionata in un lavoro snervante e con una famiglia di cui occuparsi, Lana era ormai una donna stanca e triste.
Amava ancora molto Ethan, ma si chiedeva spesso se avesse fatto le scelte giuste nella vita. Fin da piccola aveva una passione che avrebbe tanto voluto trasformare in qualcosa di più: la passione per la pittura. Lei adorava dipingere, per lei era una forma d'arte che le permetteva di esprimersi e di mostrare che c’era qualcosa anche al di là del suo bell’aspetto. Il matrimonio e la maternità però l'aveva portata a coltivare sempre meno la sua passione. Una notte, mentre suo marito dormiva, si alzò e andò davanti allo specchio del bagno. Cominciò a fissarsi, cercando nel suo sguardo la ragazza di un tempo. Osservò i suoi occhi riflessi, gonfi per la stanchezza. In essi però, Lana ritrovò qualcosa, un'intensità che in passato l'aveva portata a raggiungere i propri risultati senza usare scorciatoie, senza sfruttare il proprio aspetto per ottenere ciò che voleva. Fece un respiro profondo e tornò a fissare il suo riflesso. Non aveva sprecato la sua vita. Aveva fatto solo scelte diverse da quelle che si aspettava da ragazza. Se si impegnava forse avrebbe anche potuto riprendere a dipingere come un tempo Perché infondo si era resa conto che nonostante tutto, per quanto stanchi i suoi stanche e arrossati fossero, i suoi occhi continuavano a bruciare.


Pubblicato da Unknown alle 11:58 0 commenti  

Una creatura tranquilla

venerdì 22 febbraio 2013

Buonsalve! Ho scritto questo racconto perché volevo vedere se erano in grado di scrivere un racconto su una cosa come una... beh vedrete. ^,.,^  Buona lettura!

Una creatura tranquilla
(racconto n.175)

Io sono sempre stata una creatura calma e tranquilla. Non ho mai avuto problemi perché non ne andavo in cerca e non mi interessavano cose come le avventure o i viaggi.
Passavo le giornate sul mio giaciglio, osservando il mondo e crogiolandomi alla luce del sole. L'acqua mi forniva gran parte di ciò di cui ho bisogno per vivere quindi perché affannarmi tanto a cercare qualcosa di più?
Ogni tanto una piccola ape veniva a trovarmi e mi parlava del suo mondo, dei campi di fiori e dell'alveare in cui ogni giorno lavorava con passione e dedizione per la propria regina.
Curiose creature le api, sempre così affannate e incapaci di pensare a se stesse. La loro dedizione era incomprensibile. Non sono mai stata in grado di capirle davvero, ma non mi curavo più di tanto della loro presenza.
Quelli che suscitavano di più la mia curiosità erano i corvi. Il loro era un mondo ben più grande di quello che ero solita vedere, più grande perfino di quello in cui volavano le api. Ogni tanto un di loro veniva a beccare dei semi nei pressi del mio giaciglio e mi raccontava ciò che aveva visto durante i suoi voli. Mi parlava di foreste con alberi alti e imponenti e degli strani animali che le abitavano, delle montagne maestose coperte di soffice neve che avvolgeva ogni cosa in un candido manto.
A volte ascoltare quelle storie mi faceva viaggiare con la mente. Erano le uniche cose in grado di scuotermi davvero Poi però il sole tornava a baciarmi e io riprendevo a crogiolarmi e a oziare alla sua luce.
Ma non pensate male di me. Non sono solo una creatura svogliata e pigra. Il mio scaldarmi al sole ha uno scopo, la mia esistenza ha uno scopo. Faccio parte di qualcosa di più grande, contribuisco a mantenere pura l'aria e portato avanti il mio compito nonostante le giornate fredde e lo sferzare del vento.
Nel mio giaciglio di terra diffondo le mie radici, grazie all'acqua e al sole io pratico il mio incantesimo. Forse non potrò muovermi o vedere il mondo, ma in fondo mi piace essere così perchè, in qualche modo, sono una piccola parte importante di esso.  


Pubblicato da Unknown alle 12:30 0 commenti  

Il mondo nella sfera

giovedì 21 febbraio 2013

Buonsalve! Ho scritto questo racconto pensando a come vedono il mondo le statuine all’interno delle sfere di vetro. Non deve essere una vita molto divertente. Buona lettura!

 Il mondo nella sfera
(racconto n.174)

Amile era una fata con maestose ali d'argento e uno splendido abito di raso blue. Per quanto potesse essere bella però era anche davvero molto triste. Amile infatti viveva all'interno di una sfera di vetro, sola e isolata da tutti.
L'unica cosa che poteva fare era guardare ciò che accadeva nella stanza, osservare le vite di quelli che vi entravano senza poter averne una propria. Il suo più grande desiderio era poter volare, vivere delle vere emozioni e... innamorarsi.
Spesso le capitava di ascoltare la ragazza che dormiva parlare al telefono col suo ragazzo.
La vedeva illuminarsi, sorridere ed emozionarsi come a lei non era mai capitato. La invidiava e molto.
Una sera la ragazza portò il ragazzo nella stanza. Si scambiarono sulla porta un bacio lungo e profondo. Lui era davvero bello e i suoi occhi brillavano proprio come quelli della giovane. Per Amile fu un tormento guardarli prima parlare e ridere insieme poi baciarsi e amarsi con una passione e un amore che permeavano la stanza.
La fata pianse una lacrima di cristallo e piegò le ali nascondendosi all'interno di esse. Non voleva vedere più niente di ciò che la circondava. A che serviva osservare ciò che non avrebbe mai potuto avere?
Chiuse gli occhi e si addormentò senza rendersene conto. Quando si svegliò il ragazzo se n'era già andato e la giovane aveva iniziato ad aggirarsi per la stanza radiosa.
All'improvviso le si avvicinò e la fissò per un attimo. – Quanto ti ho ricevuto per regalo pensavo fossi inutile. – le disse. - Adesso però mi sembri la cosa più bella del mondo.
In un attimo l'afferrò e iniziò a scuotere la sfera.
Amile urlò e pianse chiedendosi come mai le toccasse sopportare anche quello.
Quando tutto si fermò però rimase a bocca aperta: una pioggia di scintille luminose danzavano attorno a lei come piccole fiammelle mentre una dolce musica aleggiava nell'aria.
- Prometto che da oggi in po' farò suonare il tuo carillon più spesso. - aggiunse la ragazza riprendendo a girovagare per la stanza, canticchiando la musica che ora avvolgeva ogni cosa.
Il viso di Amile si distese in un sorriso radioso. Aveva vissuto per anni nel mondo isolato della sfera, ma solo in quel momento si rese conto di quanto potesse essere bello.


Pubblicato da Unknown alle 11:14 0 commenti  

L'utilità di una scarpa

mercoledì 20 febbraio 2013

Buonsalve amici! L’idea di questo racconto è nata ieri, guardando la foto di un paio di scarpe dal tacco vertiginoso di una cara amica. Buona lettura! ^,.,^

L'utilità di una scarpa
(racconto n.173)

Le gemelle Manolo sapevano di essere il paio di scarpe più belle dell'armadio. Erano state comprate pochi mesi prima e per tutto il tempo la loro padrona le aveva trattate con i guanti di velluto. Avevano il loro posto speciale, lontano dalle altre scarpe e dalla polvere inoltre erano quelle più in vista quando l'anta veniva aperta.
Fiere e orgogliose, non potevano fare a meno guardare dall'alto in basso tutte quelle scarpe che a malapena avevano un nome.
Le più patetiche erano sicuramente le scarpe da ginnastica, le sorelle Nike. Se ne stavano in disparte, poggiate sulla loro scatola, con le suole sporche e i lacci consumati.
- Ehi, sportive! - urlavano loro di tanto in tanto. - Vi é capitato qualche escremento oggi? Vi avvertiamo: guai a voi se ci intossicate con la vostra puzza!
Questo ovviamente scatenava ogni volta le risate di tutte le altre scarpe  e mortificava enormemente le povere scarpe da ginnastica.
Nonostante questo però loro non rispondevano mai a quelle provocazioni. Se ne stavano in silenzio ignorando i commenti e preparandosi alla prossima corsa con la loro padrona.
Un giorno però accadde qualcosa di incredibile: la porta dell'armadio venne aperta e la padrona tolse le gemelle Manolo dal loro posto privilegiato. Un attimo dopo un altro paio di scarpe prese il loro posto. Si presentarono a tutti come le sorelle Prada.
- Ehi, sportive! - urlarono le Prada.
Le due scarpe da ginnastica si prepararono all'ennesima beffa, ma inaspettatamente le sorelle dissero. - É un vero onore conoscervi! Speriamo di imparare molto da voi!
Le scarpe da ginnastica rimasero sbalordite. - Ma... perché siete così gentili?
- State scherzando? - risposero le Prada. - Noi siamo scarpe di marca ed eleganti é vero, ma voi siete quelle più usate! Il valore di una scarpa non si vede dal marchio, ma dalla sua utilità.
Le scarpe da ginnastica da allora non vennero più umiliate e vennero trattate con maggior rispetto. Per quanto riguarda le Manolo... Beh loro se ne restarono nel proprio angolo a rodersi le suole e a guardare le Prada occupare con orgoglio il loro posto speciale.


Pubblicato da Unknown alle 13:01 0 commenti  

Il rimpianto di Amanda

martedì 19 febbraio 2013

Buonsalve amici! Questo racconto è nato pensando a quanti rimpianti ci portiamo dentro, a quante cose vorremmo poter fare senza renderci conto che in fondo non è cosa facciamo che importa davvero, ma con chi.

Il rimpianto di Amanda
(racconto n.172)

Amanda aveva tanti desideri, ma non aveva mai avuto la possibilità di realizzarli. Le difficoltà economiche non le avevano mai permesso di fare anche quelle piccole cose che per una ragazza di vent'anni erano normali, cose come fare shopping con le amiche o uscire la sera per andare a un pub o a un cinema.
Era morta a ventotto anni senza potersi godere la vita di una ragazza della sua età. Fu per quello che il suo fantasma non abbandonò questo mondo, ma rimase a vagare per le strade del centro. Le capitava spesso di piangere mentre vagava invisibile per le vie affollate, invisibile e sola come era stata in vita.
- Che ti succede? - le chiese all'improvviso una voce.
Amanda alzò la testa di scatto, sbalordita. Davanti a lei, un ragazzo di circa trent'anni la guardava preoccupato.
- Tu puoi vedermi?
Lui le sorrise e fece un cenno di assenso col capo. Amanda era sbalordita. Non solo la vedeva, ma sapeva anche che cos’era.
- Mi chiamo Davide. Come posso aiutarti? - le domandò il ragazzo.
Il fantasma della ragazza sorrise di rimando. Andò con il giovane fino al parco cittadino e si sedette con lui su una panchina.
Subito dopo si aprì con lui come non le era mai capitato di fare. Forse era per il fatto che nessuno poteva vederla e non parlava con qualcuno da mesi o forse era perché semplicemente sentiva di potersi fidare. Dopo che si fu sfogata, Davide si alzò.
- Non hai avuto una vita facile e sei morta troppo giovane. Non sei riuscita a vivere come avresti voluto. - le disse per poi farle cenno di seguirlo. - Che ne diresti di rimediare adesso che hai ancora un'occasione?
Amanda si chiese come potesse aiutarla, ma lui si fece così insistente che alla fine si lasciò andare. Lo seguì e lui gli regalò una giornata indimenticabile. Passarono ore a girare per la città, scoprendone gli angoli più nascosti e affascinanti, andarono al Luna Park e conclusero la serata con un film al cinema.
Il fantasma si rese conto che non erano quelle attività in sé a farla sentire serena, ma il fatto che le stesse facendo con Davide con cui si era sentita bene come con nessuno prima. A fine serata, Amanda però capì che era il momento di salutare il ragazzo.
- Ti sono grata per quello che hai fatto per me. - gli disse. - Soprattutto per aver fatto più volte la parte di quello che parla da solo. - aggiunse ridendo.
Lui rise a sua volta. - É stato un piacere.
Mentre veniva avvolta da una calda luce, Amanda si chinò su di lui e gli sfiorò le labbra con un bacio. - Grazie.
Svanì un attimo dopo, finalmente serena e pronta per passare oltre. 


Pubblicato da Unknown alle 12:14 0 commenti  

La guardia del corpo

lunedì 18 febbraio 2013

Buonsalve! Racconto scritto ieri notte durante una maratona di Die Hard fatta a casa mia con alcuni amici. Buona lettura! XD

La guardia del corpo
(racconto n.171)

Jack non era certo una persona tranquilla. Il suo lavoro consisteva nel proteggere le persone e occuparsi di tutte quelle situazioni poco piacevoli che avrebbero potuto metterle in difficoltà. Il suo nuovo incarico consisteva nel proteggere Natalie, una ventiseienne di buona famiglia che a quanto pare aveva attirato uno stalker di troppo. Erano già tre giorni che si trovava a casa della ragazza, ma a non c'erano stati segni del suo persecutore. Cominciava a pensate che lei fosse solo un po' troppo paranoica. La mattina del quarto giorno però Jack scorse un uomo aggirarsi per il giardino. Sembrava un tipo distinto con l'aria di un agente di borsa o qualcosa di simile, ma la sua espressione non prometteva nulla di buono.
Natalie lo fissò non nascondendo la propria tensione. - Che succede?
Lui le fece cenno di tacere. In quel momento si sentì un rumore come di un vetro che s'incrinava leggermente.
Jack fece cenno alla ragazza di star giù e si avviò verso la porta sul retro della villa, la pistola stretta saldamente nel pugno.
Nascosto dietro una parete, osservò l'uomo aprire la porta ed entrare in cucina.
In un attimo Jack si fece avanti e gli puntò la pistola alla tempia. – Non muoverti.
L'uomo deglutì e alzò le mani sopra la testa.
Dopo che l'ebbe perquisito e privato della pistola che teneva sotto la giacca, Jack decise che era il momento di sapere di più su quel maniaco. - Avanti dimmi chi sei. Da quanto stai pedinando la mia assistita?
- Pedinando? - rise lui. – Quella puttana mi ha seguito per mesi e mi ha truffato derubandomi di…
Ci fu un colpo assordante e un proiettile colpì l’uomo in piena fronte spargendo ovunque sangue e materia cerebrale. Jack si voltò e vide Natalie con un'arma in mano che lo guardava soddisfatta. - Ti ringrazio, Jack. Senza di te probabilmente non sarei riuscita a neutralizzarlo.
Jack la guardò furibondo. - Che cos'hai fatto Natalie? Chi é quest'uomo in realtà?
La ragazza scrollò le spalle con noncuranza. - Una delle mie tante prede. Un delinquente che ho derubato alcune settimane fa. Di solito sono brava a non farmi rintracciare, ma a quanto pare anche lui se la cavava.  
- Perché gli hai sparato? - disse Jack restando impassibile.
- Per lo stesso motivo per cui ti ho assunto: proteggermi da quel tipo… e magari farlo fuori prima che lui facesse fuori me. – ribatté Natalie poi si avvicinò e gli sfiorò le labbra con un bacio. - Non te la prendere, Jack. - gli disse avviandosi verso l'uscita. - A tutti capita di essere fregati almeno una volta nella vita.
Quando fu all'aperto però la ragazza ammutolì vedendo la casa circondata da poliziotti.
- Hai proprio ragione. Capita a tutti prima o poi. - disse Jack per poi avvicinarsi al suo orecchio con aria soddisfatta. - Credi davvero che io non raccolga informazioni sui miei clienti prima di accettare un incarico?
- Sei uno stronzo. - ringhiò la ragazza mentre un poliziotto l'ammanettava.
Lui si limitò a sghignazzare. - Anche su questo hai ragione. Ora ti saluto piccola. Ho un altro lavoro da sbrigare.


Pubblicato da Unknown alle 18:04 0 commenti  

Lo spirito protettore

domenica 17 febbraio 2013

Buonsalve! Questo racconto é stato ispirato dal piccolo Adipose  antistress che ho in salotto ( per chi non sapesse cos'é Adipose cercate dall'amico Google ;) )
Buona lettura!

Lo spirito protettore
( racconto n.170)

Tic era un piccolo pupazzetto antistress che viveva nel salotto della sua padrona ormai da diverso tempo. Era tondo, morbido e con due occhietti neri vispi che gli davano un'aria buffa e coccolosa. Nonostante l'apparenza però, Tic non era così dolce e gentile come sembrava. Lui infatti aveva un compito molto importante: doveva proteggere la sua padroncina. Lo aveva promesso al padre di lei nel momento in cui questo esalava il suo ultimo respiro. Tic infatti non era un semplice pupazzo, ma uno spirito protettore che i morti    inviavano per proteggere i vivi dalle presenze ostili.
Quello che la sua padroncina e la maggior parte degli umani non sapevano infatti era che a volte spiriti malvagi prendevano di mira gli individui più vulnerabili e li tormentavano fino a portarli alla morte. Lui l'aveva già protetta da molti attacchi e sapeva che quella notte sarebbero tornati. Poteva percepirli. Erano vicini.
Gli spiriti oscuri scivolarono nella camera della giovane, spettri avvolti dal mantello nero della notte. Erano in tre. Tic non ne aveva mai affrontati più di due prima.
Appena  si avvicinarono al letto, lo spirito protettore si avvicinò loro intimandogli di andarsene. Questi all'inizio risero di lui e uno si chinò subito sulla ragazza iniziando a trasmetterle orribili immagini e pensieri di angoscia.
Tic allora uscì dal proprio corpo materiale e si mostrò loro come uno spirito di luce bellissimo e imponente. Per un attimo luce e tenebre si fronteggiarono, ma alla fine la prima prevalse e gli spettri fuggirono urlando.
Tornato nel suo corpo materiale, Tic si avvicinò soddisfatto alla ragazza, barcollando a causa del corpo goffo e cicciottello.
Le diede un piccolo bacio sulla guancia e tramite esso assorbì tutta la negatività che le avevano trasmesso gli spettri.  Quando la ragazza sospirò, sorridendo nel sonno, Tic si allontanò e tornò al suo posto in salotto. Anche per quella notte aveva fatto il suo dovere. 

Pubblicato da Unknown alle 13:52 0 commenti  

L'avventura di un racconto

sabato 16 febbraio 2013

Buonsalve! Questo racconto è per Emanuele G. assiduo lettore di questo blog che ringrazio di cuore per il suo affetto e il suo sostegno.

L'avventura di un racconto
(racconto n.169)

Emanuele amava davvero molto i libri. Leggere per lui era un'emozione continua, la scoperta di mondi e avventure capaci di trascinarlo al di là della vita stessa.
La sua passione era nata fin dal momento in cui aveva aperto il suo primo romanzo. Un giorno però accadde qualcosa che non avrebbe mai immaginato. Aveva messo le mani sull'ultimo racconto di un'autrice che seguiva ormai da un po' di tempo e aveva iniziato a leggere con la curiosità che lo travolgeva ogni volta che si lasciava travolgere da una nuova storia.  Qualcosa però non andava. Ogni dettaglio della stanza in cui si svolgeva il racconto, dai quadri alle pareti alla libreria piena di volumi, sembravano identici a quella in cui si trovava lui.
Deglutì e andò avanti a leggere. All’improvviso, nella storia, una figura scivolò all'interno dalla finestra aperta, strisciando nell'ombra come se ne facesse parte.
Emanuele sentì un brivido lungo la schiena. Scosse la testa, ripetendosi che non doveva fari suggestionare in quel modo. Per quanto fosse scritto bene quello era solo un racconto e non poteva in nessun modo parlare di lui. Giusto per star più tranquillo però si alzò e prese una pesante statuetta di world of warcraft che teneva su una mensola. La tenne vicino, pronto a usarla in caso di necessità. Riprese a leggere e deglutì a vuoto quando il protagonista si alzò per prendere un oggetto contundente da una mensola.
Intanto, nel racconto, l'ombra si faceva sempre più vicina. Sogghignò, scoprendo una fila di zanne che sembravano brillare nel buio e protese verso il protagonista gli artigli affilati.
In un primo momento, Emanuele sentì il terrore farsi strada verso di lui, ma qualcosa lo fece scattare. Se quella doveva essere la sua avventura allora l'avrebbe affrontata.
Afferrò la statuetta e si rivoltò colpendo l'oscurità alle sue spalle. Ci fu un tonfo e un grido agghiacciante poi ciò che aveva colpito, qualsiasi cosa fosse, si lanciò verso la finestra fuggendo nella notte. Emanuele fece un respiro profondo e guardò la statuetta incrinata sulla quale spiccava una macchia di liquido nero simile a sangue.
La lasciò cadere e barcollò sulle gambe per un momento per poi sorridere spaventato, ma allo stesso tempo entusiasta. Era quello che amava della lettura: a volte non si limitava a farti scoprire un'avventura. Te la faceva vivere.


Pubblicato da Unknown alle 11:24 0 commenti  

L'estasi del sangue

venerdì 15 febbraio 2013

Buonsalve! Ebbene sì ieri sera mi sono vista Spartacus XD Buona lettura!

 L'estasi del sangue
(racconto n.168)


Marius amava vedere la propria lama grondare del sangue del proprio avversario. Lui era nato per quello, per combattere nell'arena e sfidare ogni volta i propri limiti guardando la morte in faccia.
Erano anni ormai che combatteva per il suo padrone e niente, nemmeno la libertà avrebbe potuto fargli desiderare di smettere.  Quando vedeva il sangue scorrere, l'eccitazione per lui era tale da stordirlo. Ogni giorno non vedeva l'ora di riprovare quella sensazione nella maniera più intensa possibile.
Questa volta però Il suo avversario avrebbe potuto offrirgli un’esperienza unica. Egli infatti aveva la nomea di essere invincibile. Marius avrebbe battuto il migliore. Si sarebbe lavato col suo sangue, avrebbe gridato alla folla che era lui il più grande.
Quando i cancelli si aprirono, entrò nell'arena consapevole e sicuro. Strinse le proprie lame mentre osservava il suo avversario farsi avanti. Aveva il corpo era coperto di cicatrici, chiaro segno di numerose battaglie a cui era sopravvissuto.
Marius però non aveva paura. Era pronto a qualsiasi esito. Il combattimento iniziò, violento e brutale. Marius sentiva i muscoli delle braccia tendersi e dolergli a ogni colpo, a ogni incrocio di lama.
Il sangue gli scorreva nelle vene come un fuoco caldo, i suoi colpi si facevano sempre più forti a ogni attacco.
All'improvviso notò un varco, una falla nella difesa del nemico.
Il sorriso gli si dipinse sul volto senza che riuscisse a contenerlo. Si preparò, contrasse i muscoli. Un attimo e ci fu l'affondo.
Marius sgranò gli occhi e abbassò il capo. Non avrebbe mai pensato di poter provare una cosa simile, una tale fusione di eccitazione e dolore.
Indietreggiò e la lama nemica si sfilò dal suo ventre. Mentre il suo sangue si riversava a terra, avvertì l'estasi assoluta.
Cadde nella sabbia, soddisfatto per aver realizzato il suo ultimo desiderio: morire con onore nella gloria dell'arena. 



Pubblicato da Unknown alle 14:35 0 commenti  

Poco socievole

giovedì 14 febbraio 2013

Buonsalve! Oggi è San Valentino e visto che tutti parlano d’amore… io parlo di morti ^,.,^


Poco socievole
(racconto n.167)

Sam guardava le ragazze che la circondavano con profonda invidia. Ammirava come, girando per l'università, riuscivano ad aprirsi, a chiacchierare e scherzare con semplicità disarmante. A volte si trovava a invidiare la loro spensieratezza, il loro essere del tutto normali.
Lei invece non era mai riuscita a essere così. Non poteva aprirsi o confidarsi perché sapeva di essere troppo diversa. C'era sempre stata una distanza insormontabile tra lei e gli altri che non le permetteva di avere dei veri amici.
- Ciao. - le disse all'improvviso una ragazza, sedendosi accanto a lei. -  Io mi chiamo Katie.
Sam le lanciò a malapena uno sguardo poi tornò a concentrarsi sui suoi appunti.
- Come sei simpatica... - si lamentò la ragazza. - Sai che dovresti essere un po' più socievole? Non sei carina con quel broncio dipinto sul volto.
- Lasciami in pace. - bisbigliò Sam cercando di non farsi sentire da altri.
Katie sbuffò, mugugnando. - Guarda che così rischi di passare per un'asociale. Non é bello comportarsi così con qualcuno che cerca solo di fare amicizia.
Sam sbattè con forza la penna sul tavolo.- Per favore sto cercando di seguire la lezione!
- Signorina, ci sono problemi?
Raggelò sentendo il docente rivolgersi a lei con aria seccata. - Mi scusi. - disse. - Chiedo scusa, davvero.
Mente avvampava dall'imbarazzo, Katie sghignazzava soddisfatta. - Te l'avevo detto!
A quel punto Sam non ce la fece più. - Senti facciamo una cosa: aspettami davanti all'università tra mezz'ora e parleremo quanto vuoi, ok?
La ragazza le fece l'occhiolino e se ne andò soddisfatta. Sam deglutì guardando il foro di uscita di un proiettile che spiccava sul vestito bianco di Katie.
Un'altra anima smarrita, una delle tante che avrebbe aiutato. Per quello non poteva avere amici e non poteva legare con nessuno.
Quando i morti le chiedevano aiuto lei non poteva rifiutarsi e di certo non poteva dare spiegazioni a riguardo. La sua vita era già abbastanza complicata così com’era.


Pubblicato da Unknown alle 13:09 0 commenti  

Naufragio

mercoledì 13 febbraio 2013

Buonsalve amici! Questo racconto è nato guardando una vecchia mappa appesa alla parete di un pub inglese in cui sono stata ieri. Non so perché, ma mi è venuta in mente l’immagine di un naufrago e da lì… beh il resto… ;)

Naufragio
(racconto n.166)

Mi chiamo Lucas. Non ricordo da quanto tempo mi trovo su questa zattera. Giorni, settimane, mesi... Il tempo sembra essersi dissolto, svanito nelle nubi grigie che si stanno rapidamente avvicinando. Non ricordo molto del naufragio. Uno schianto improvviso, delle grida d'angoscia e poi corpi che si ammassavano gli uni sugli altri, schiacciandosi e spingendosi nel disperato tentativo di mettersi in salvo su un gommone di salvataggio.
Io riuscii a salire per un pelo sull'ultimo rimasto assieme ad altre cinque persone: un bambino, la madre, una coppia di ventenni e un uomo di mezza età.
Il primo andarsene fu l'uomo.
Morì dopo sei giorni di stenti dopo aver ceduto tutto il cibo e l'acqua al piccolo. Lo gettammo in mare, senza una preghiera o una parola di cordoglio.
Quel poco che sapevamo di lui non bastava a cambiare il fatto che tutti vedevamo quella morte come la sua liberazione dall'incubo.
I successivi ad andarsene furono la donna e il bambino. Si spensero insieme, uno abbracciato all'altra. Fu allora, mentre stavo per gettare i loro corpi in mare, che il ragazzo ebbe l'idea.
Noi dovevamo sopravvivere e non potevamo certo farlo dando da mangiare ai pesci. Il primo morso fu un tormento. Avevo l'impressione che tutto il mio mondo, la mia stessa natura di essere umano stesse sanguinando.
Sopravvivemmo così per un po', non saprei definire quanto. Tutto ormai era solo un incubo sfocato. La carne però marcì in fretta sotto il sole e alla fine fummo costretti a gettare i resti della donna e del piccolo in mare. Quando poco dopo anche la sua fidanzata morì di stenti, il ragazzo non volle in alcun modo farmi avvicinare a lei. Io però ero affamato e disperato, pronto a tutto pur di sopravvivere ancora un giorno. Per questo lo ammazzai, per questo gli misi le mani alla gola e strinsi finché non smise di agitarsi come un viscido pesce preso all'amo.
Lui e la sua ragazza furono la mia salvezza nei giorni successivi.
Ormai però, perso nella mia solitudine, non posso fare a meno di chiedermi che ne sarà di me. Sono allo stremo, ho la gola riarsa e i crampi allo stomaco vuoto. All'improvviso mi sembra di scorgere una nave davanti a me. Mi dimeno chiedendo aiuto, ma non vedendola muoversi mi tuffo in acqua per cercare di raggiungerla.
Avvicinandomi mi rendo conto che altro non é che il frutto della mia mente svanita. Disperato, mi volto e mi accorgo che il gommone é stato trascinato via dalla corrente. Non resta che una cosa da fare. Smetto di nuotare e lascio affondare il mio corpo.
Attorno a me c’è solo l’oscurità, ma una calma innaturale mi pervade mentre, pian piano, tutto si perde in quella fredda tomba d'acqua.



Pubblicato da Unknown alle 12:32 0 commenti  

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